Il linguaggio della decorazione e l’afasia dell’architettura contemporanea (1)

La decorazione, soprattutto quella architettonica, è una vera e propria lingua, costituita da un proprio vocabolario di forme, composte secondo precire regole sintattiche e grammaticali.

Uscendo da una tarda modernità che definiva con tale termine qualsiasi esternazione personale, forse è opportuno indagarne il significato citando liberamente le conclusioni dei vari studiosi del settore. Il linguaggio è una progressione di cellule fonetiche e/o segniche, che vanno a comporre parole, organizzate su regole grammaticali, strutture sintattiche e “topiche” comunicative, cioè luoghi comuni, frasi fatte e immagini preconfezionate utili alla comunicazione corrente. 

Vi è linguaggio quindi solo in presenza di precise leggi compositive, perché è solo questo canone convenzionale, che può essere insegnato e quindi condiviso, che consente la comunicazione del pensiero. L’essere umano, in quanto animale costretto ad acquisire una cultura “per inserirsi in uno specifico gruppo sociale e poter sopravvivere in un determinato ambiente”, citando Levi Strauss, deve apprendere un linguaggio, pena l’impossibilità della stessa sua sopravvivenza.

Col progredire delle aggregazioni umane si genera però una differenza fra la lingua “madre”, quella cioè necessaria a comunicare con i propri genitori ed il proprio gruppo sociale e la lingua “legale” con la quale un certo numero di gruppi dialogano fra loro. Se linguaggio è quindi ciò che serve a comunicare con la propria famiglia e quelle contigue, lingua è invece quella con la quale si dialoga con le istituzioni dello stato, cioè quella unitaria macro-organizzazione politica che numerosi gruppi etnici si danno, e con cui  quest’ultimo dialoga con gli altri stati.

Non va fatta confusione fra questi due livelli. Nelle scuole di Benevento, Ascoli e Belluno si insegna e si parla la lingua italiana, anche se poi i vari studenti usano con i propri famigliari linguaggi diversi. Una lingua quindi è tale solo se “ufficialmente” e “legalmente” adottata dallo stato in cui si organizza un determinato popolo, se invece non viene usata per gli atti ufficiali e insegnata perciò a  scuola, non si tratta di lingua ma di dialetto.  Ne consegue che mentre il dialetto è, per così dire, una linguaggio “naturale”, appreso cioè dalla famiglia e trasmesso dalla tradizione orale, la lingua è sempre un atto legale, frutto cioè di una artificiale azione riformatrice, programmatica e intenzionale di una o più persone.

Per le vicende della lingua italiana basti come esempio la memoria scolastica sul ruolo avuto da Dante e dal Manzoni in questo senso. Proprio queste vicende ci portano un altro esempio: il Veneto, lingua ufficiale e legale della Repubblica Serenissima finché questa rimane stato autonomo, diventa immediatamente dialetto nel momento in cui il nuovo stato, l’Italia, sceglie il toscano come modello linguistico di riferimento. Modello base che, a sua volta, pur essenso affine alla lingua, rimane esso stesso dialetto.

Le vicissitudini storiche, cioè guerre vinte, egemonie economiche o culturali, eccetera, che possono portare un linguaggio a progredire al rango di lingua o a regredire a quello di dialetto ci interessano poco, perché il nostro obiettivo, trattando di Decorazione, è indagare su quale lingua si insegni e si parli oggi nelle scuole d’Arte e nelle filiere della manifattura artistica. La questione non è di “lana caprina”, ma riguarda la sostanza del che cosa si capisce e del che cosa si pensa, perché nel momento in cui uno stato ufficializza la propria lingua, con la medesiama, da quel momento in poi, verranno scritti tutti i suoi testi, compresi quelli teoretici e culturali, cioè si pensa con la lingua con cui si parla.

E’ chiaro che i temi fondamentali (cibo, sesso, guerra, ecc.) rimangono immutati con il passare dal linguaggio alla lingua, e da questa ad una “straniera”, ma è esperienza di ogni traduttore lo scontrarsi con significati che nella lingua originaria si esprimono benissimo, ma che diventano intraducibili in una nuova. Questa intraducibilità non rigurda certo le istruzioni per l’uso di elettrodomestici o utensili, ma coinvolge in pieno proprio i testi statutari di una cultura, che sono poi quelli che ci interessano. 

Senza dilungarci basti citare come esempio il Tao te Ching e verificarne le differenze nelle varie traduzioni in italiano, oppure pensare alla Bibbia, scritta in aramaico, tradotta in antico in greco, in ebraico e in latino, poi in tedesco e nelle altre lingue moderne. Fermi restando i contenuti letterali, sullo stesso testo esiste oggi un abisso interpretativo fra i circoli cabalistici ebraici e le sette protestanti americane, solo per citare due casi limite. Esiste quindi una stretta relazione fra la lingua  e il pensiero di un popolo. Dato che la prima è strumento, necessariamente imperfetto, del secondo, il pensiero per esplicarsi piega e contorce lo strumento che ha a disposizione per cercare di esprimere ciò che diversamente sarebbe inesprimibile. Per questo quando si usa uno strumento diverso molte di queste “pieghe” vanno perdute, e spesso si tratta di sotanza, non di forma.

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