Il linguaggio della decorazione e l’afasia dell’architettura contemporanea (3)

Una lingua rimane comunque tale finché assorbe e riorganizza i mutamenti su nuove strutture grammaticali e sintattiche che germogliano dal suo tronco originario, abbattendo il quale però essa scompare. In questo senso può essere utile richiamare alla memoria le vicende della Decorazione Architettonica fra ‘800 e ‘900. Dopo un iniziale tentativo di aggiornare la lingua classica con le nuove parole (ghisa, vetro, cemento) ci si rese conto che ciò non bastava e andava sostituito l’intero vocabolario.

Sotto l’influsso della cultura romantica e delle spinte nazionaliste, ogni “nazione” cercò di recuperare perciò i propri linguaggi aprendo la lunga stagione del Gothic Revival e dell’ecclettismo, ma anche questo tentativo di aggiornamento non produsse gli effetti sperati. E’ con l’Art Nouveau che evidentemente si risolse il problema, fornendo nuove parole, nuova grammatica e rinnovata sintassi ad una Decorazione finalmente adeguata ai tempi.

Ciò che ci preme osservare in quest’arco di tempo passato velocemente in rassegna, è il fatto che tutti i riformatori lavorarono sempre nell’ambito della lingua, cioè, seguendo l’esempio fatto in precedenza, davano per buono il “tronco” originario individuano il problema o nella “sfrondatura” o nella “gemmatura” dei suoi rami.  Tant’è che quando il processo si concluse, cioè con l’Art Nouveau, essa s’impose subito come lingua ufficiale europea sovrapponendosi e in parte sostituendo quella classicista di derivazione rinascimentale.

E’ con il ‘900 e con la radicalizzazione indotta dai due conflitti mondiali che la questione si complica. Le due principali culture egemoni del secolo, la liberista e la marxista, esasperarono l’idea di palingenesi sociale proponendo conseguentemente lingue totalmente nuove e diametralmente opposte a sostegno delle loro rispettive visioni del mondo. Vi è un abisso fra il progetto napoleonico di rinnovamento sociale e l’esasperato furore palingenetico del Futurismo. Il primo produsse un morigerato neo-Classicismo, il secondo puntando a “uccidere il chiaro di luna” intervenne radicalmente sulla genetica del sistema linguistico divenendo il modello di tutte le grandi e piccole “avanguardie” coeve e successive.

Restando sul piano di nostro interesse, non vi è dubbio che la cultura del ‘900 ha furentemente attaccato la lingua dell’architettura tradizionale, che, ricordiamolo, coincideva con quella della Decorarazione, anche perché, purtroppo, essa ebbe la sventura di venir adottata dai vari regimi totalitari del periodo, attirando su di se una ovvia ostilità dopo la loro caduta. La “libertà dell’individuo”, “l’espressione dell’IO”, la celebrazione della “tecnologia” e del “nuovo materiale” in se e per se,  sono stati gli affilati utensili con i quali, prima si è sfrondato l’albero della lingua classica e poi se ne è abbattuto il tronco. Raggiunto l’obiettivo ideologico, persa cioè la lingua tradizionale, il nodo storico è arrivato ora al pettine e in questa fase si assiste al disperato tentativo di ratificare la nuova lingua cercando di mettere insieme  gli eterogenei assiomi modernisti di partenza.

La disperazione nasce dal fatto che una lingua, come si è detto, è uno strumento complesso. Da un lato, essa ha bisogno di regole e di una scolastica, perché deve essere insegnata, ma non si può fissare una regola in ciò che ideologicamente ne negava a priori l’esistenza, non si può definire un canone in ciò che programmaticamente era arbitrario, non si può fissare una scolastica in ciò che filosoficamente veniva esaltato come pura espressione dell’IO individuale. Infine la lingua è uno strumento che serve all’essere umano, per suo esclusivo uso e consumo, per cui non può derivare dal “linguaggio macchina” imposto dai semilavorati e dai “nuovi materiali” industriali. 

Dall’altro una lingua deve coprire tutti i livelli di comunicazione dal tempio al salumiere, passando per le università e i parlamenti. Noi abbiamo dedicato due numeri speciali alle  opposte “poetiche” dell’astrattismo novecentesco, quella geometrica e quella lirica, che hanno avuto importanti conseguenze sul decoro del ‘900.  Proprio questi due approfondimenti evidenziano questo aspetto del problema. Il linguaggio dell’Astrazione lirica non può esprimere i concetti che caratterizzano l’Astrazione geometrica ed entrabi, proprio perché linguaggi astratti, escludono programmaticamente la possibilità della figurazione mimetica, cioè della copia “dal vero” dell’elemento naturale, che quindi rimane un altro linguaggio, e tutti questi sono altra cosa rispetto ai linguaggi che negano programmaticamente l’opera, che partendo da Duchamp e dal Dadaismo hanno caratterizzato gran parte della cultura novecentesca. In sostanza si scopre oggi che fra tutti i linguaggi sperimentali proposti dalla modernità, nessuno possiede la “caratura” per prevalere e assurgere al rango di lingua.

Da un lato nessuno dei progetti palingenetici delle varie ideologie novecentesce ha avuto successo, per cui nessuna di queste è stata in grado di imporre con la forza il proprio linguaggio come lingua. Come osservò Lyotard all’inizio degli anni ‘80, teorizzando il Post-Modernismo, nessuna delle loro proposte oggi è più credibile, anche se per inerzia o abitudine molte di queste sono ancora praticate. Dall’altro tutti i linguaggi via via proposti, proprio perché strumentali e finalizzati al sostegno dell’idelogia di riferimento, risultano oggi parziali, cioè incapaci di esprimere se non la totalità, ma almeno la maggioranza delle cose. Vi è una ulteriore aggravante su questo punto: proprio perché strumenti, per così dire, “bellici” molti di questi linguaggi sono stati elaborati in maniera estemporanea e velleitaria, per cui sono intrinsecamente impossibilitati a divenire lingua, per la mancanza di coerenti regole grammaticali e chiare strutture sintattiche. In sostanza, quindi, i vari linguaggi in uso oggi nell’Arte contemporanea sono culturalmente e strutturalmente impossibilitati a diventare lingua, con buona pace dei loro odierni cultori ed esegeti accademici.

Chiunque oggi, a qualsiasi livello, abbia esperienza di “scolastica” artistica, non può fare a meno di constatare la babele dei linguggi generata dal caos dei modelli di riferimento. I tentativi di trovare un comune denominatore o esaltando una indistinta “espressione” individuale o, al contrario, eludendo ogni proposizione formale per fare ricorso ad un “concettualismo” retorico, stanno producendo nella realtà una afasia programmata. Il problema della lingua è percio il vero problema attuale, perché una società pensa con la lingua con cui parla. Avere una lingua comune significa elaborare concetti condivisi che consentono una generale progressione culturale, viceversa i linguaggi rimangono relegati alla etnia che li usa e assumono un interesse generale solo dal punto di vista folkloristico o etnologico.

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