di Nicola Previati
La progettazione in ambito manifatturiero e architettonico manifesta oggi un atteggiamento che tende a privilegiare i materiali cosiddetti “hi-tech” a discapito di forma, funzione e processo produttivo. I programmi informatici consentono di visualizzare sullo schermo idee ardite e paradossali, occludendo la vista su errori evidenti: si rimane affascinati dall’effetto del rendering, senza considerare le serie problematiche che emergeranno in fase realizzativa o nell’utilizzo dell’oggetto.
Esistono forme codificate da secoli di esperienza, rapporti spaziali e funzionali affinati nel tempo: sovvertire questi schemi richiede, oltre a una profonda conoscenza, la stessa cautela di un elefante che si muove in una cristalleria.
Si pensi, in ambito architettonico, al ponte di Calatrava a Venezia: nato come donazione del progetto, è costato alla comunità ben oltre cinque volte il preventivo iniziale — cosa che può accadere — ma presenta gravi problemi di sicurezza nell’utilizzo quotidiano, a causa di materiali non adatti all’ambiente lagunare. Dopo anni di dibattiti e soluzioni tampone — strisce antiscivolo, tappeti installati ad hoc — a marzo di quest’anno è partita la sostituzione del vetro con gradini in pietra sintetica trasparente, per la modica cifra di altri 1,7 milioni di euro.
Apparentemente fuorviante, questo esempio chiarisce con lapidaria efficacia quanti danni possa causare l’ego del progettista quando non conosce e non considera l’ambiente — o, nel nostro caso, le problematiche reali dei processi manifatturieri.
Per esperienza personale, maturata in anni di lavoro nell’ambito editoriale e della stampa (offset e serigrafia), una conoscenza precisa dei meccanismi manifatturieri risulta fondamentale per uno sviluppo progettuale che conduca alla realizzazione di un oggetto espressione della massima qualità consentita dai mezzi produttivi.
Ciò non significa non poter rompere le regole o crearne di nuove; si crede tuttavia che tale processo possa nascere solo dal corretto dialogo tra progettista ed esecutore, che nell’ambito della ceramica porta nel proprio DNA quello che ci piace poeticamente definire “il saper far bene con giustezza di forma”.