di Marco Lazzarato

In questo periodo di primi approcci all’Intelligenza Artificiale un concetto emergente è quello di educazione. A differenza degli strumenti informatici tradizionali che andavano “programmati”, cioè semplicemente “istruiti” con le informazioni necessarie a compiere l’operazione richiesta, ci si rende conto che questo invece va “educato” perché ciò che gli viene richiesto implica una elaborazione che deve risultare affine all’idea del richiedente.

Si pone perciò il problema di capire quale metodo pedagogico adottare. È preferibile quello Montessori o è più adatto quello Steineriano o è meglio quello classico seguito da Giovanni Gentile nella riforma della scuola italiana? Questo però pone ulteriori problemi: e se chi la educa fosse un “cattivo maestro”, come lo furono molti docenti universitari degli anni ‘70, e nel caso invece nessuno la educasse avremo una Intelligenza Artificiale “maleducata”?

 Da ciò emerge chiaro che l’approccio passivo, cioè l’attesa “messianica” della nuova tecnologia giudicata risolutiva di tutti i problemi produttivi, con il quale si sono fin qui accolte le successive rivoluzioni informatiche è da considerarsi obsoleto. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento attivo che per essere utilizzato impone una presenza attiva dell’intelligenza naturale. Chi la usa deve sapere cosa sta cercando perciò dev’essere in possesso di tutti i paradigmi, i modelli, le regole e i principi deontologici del proprio settore di competenza.

Nella Manifattura Artistica ciò significa spostare il baricentro della ricerca dalle questioni tecnologiche, che fin qui hanno monopolizzato il dibattito interno, a quelle creative perché è sull’innovazione formale che si gioca la partita della competitività, non sul conformismo stilistico.