di Marco Lazzarato

Nella Manifattura Artistica ogni prodotto si vende per la sua forma, che deve risultare “bella” altrimenti rimane invenduto. Il “bello” qui va inteso come il “buono” esclamato al ristorante: non è né un giudizio tecnico, né un argomento filosofico, ma una sensazione immediata, viscerale, che porta al convincimento totale e definitivo verso l’acquisto.

Essa è composta perciò da tante cose che devono essere isolate, nominate e controllate in funzione del risultato finale. Il paradosso attuale è che proprio questo tema, che andrebbe a formare il vantaggio competitivo del sistema, è totalmente assente dai vari tavoli di ricerca. La Manifattura Artistica italiana esce da decenni di produzione quantitativa spinta dal successo di proposte definite commercialmente “Moderno” e “Classico”, che al tempo incontravano il favore dei ricchi mercati emergenti, riconducibili alle aree stilistiche rispettivamente del razionalismo e della tradizione classica.

Usiamo la definizione di aree stilistiche perché nell’uno come nell’altro caso si è trattato di un coacervo di tendenze, interpretazioni, fraintendimenti e, spesso, degenerazioni, difficilmente riconducibili a una cultura artistica organica.

La loro ragion d’essere consisteva solo nell’alludere ad un modello aureo, quale che fosse, Mies van Der Rohe piuttosto che Palladio, purché fosse riconoscibile e “piacesse” ai mercati di riferimento. Inseguendo il “mi piace” anziché indagare il “bello”, i produttori hanno poi progressivamente sovraccaricato le proprie proposte seguendo una logica da baraccone. La crisi economica del 2009 ha fatto esplodere anche questa bolla di estetica speculativa, inchiodando ognuno alle proprie responsabilità. Ora queste due correnti stilistiche si sono esaurite, la stagione della quantità si è definitivamente chiusa e non rimane che percorre la via stretta della qualità, ma nella Manifattura Artistica la qualità è quella della forma. Cosa significa quindi qualità della forma?

Un esempio ce lo fornisce il settore enologico, anch’esso a suo tempo azzerato nelle logiche quantitative dallo “scandalo del metanolo”. Fino agli anni ’80 del secolo scorso il vino italiano era destinato o alla mescita diretta o al taglio e le uniche categorie di giudizio applicate erano un generico buono/non buono.

Con l’abbandono delle logiche quantitative e l’obbligatoria via della qualità come unica possibilità di sopravvivenza, il settore enologico si è dovuto dotare di parametri di controllo dei fattori che la garantivano. La dicotomia buono/non buono è stata perciò aperta e al suo interno sono stati via via inseriti i termini tecnici necessari al controllo dei diversi fattori.

Tutti noi abbiamo assistito al rito di un sommelier intento a descrivere un vino con termini che ci sembravano fantasiosi, ma l’autorità di questi professionisti deriva dal fatturato che assicurano ai produttori e la loro autorevolezza dal fatto che essi parlano un linguaggio tecnico condiviso a cui corrispondono precisi parametri di controllo sulle qualità del prodotto.

La Manifattura Artistica italiana in questo senso è all’anno zero, la semplice dicotomia bello/brutto non è più sufficiente a garantire la qualità nel complesso mercato globale ed è necessario perciò aprirla per inserirvi ulteriori parametri di controllo via via più dettagliati. Questa operazione purtroppo non avviene spontaneamente ma deve essere frutto di un progetto sviluppato da un centro di ricerca deputato. Il modello e i metodi per trasporre il lavoro sul “gusto”, fatto col vino, alla “visione”, che compete invece alla Manifattura Artistica, è di facile acquisizione, si tratta però di insediare uno o più centri di ricerca e finanziarli allo scopo.

L’obiettivo finale, come nel caso dell’enologia, è creare un preciso lessico tecnico che permetta il controllo dei vari parametri estetici che vanno a comporre la qualità della forma.

Quello che dev’essere chiaro è che questo lavoro richiede lo stesso impegno e gli stessi investimenti che fin qui, seguendo logiche quantitative, sono stati assegnati alla ricerca tecnologica. Qui si apre la sfida culturale: un intero settore fermo da anni sui temi della tecnologia e dei materiali deve comprendere e accettare il fatto che d’ora in avanti dovrà dedicare altrettante risorse alla questione della forma.