di Marco Lazzarato
L’automobile sembra rappresentare la “bestia nera” per i “designer”, basti citare il caso esemplare dell’ “avveniristica” Lancia Flaminia “Loraymo”1 progettata da Raymond Loewy, il padre del design moderno, e presentata al Salone di Parigi nel 1960. Piacque così tanto al suo creatore che la usò come auto personale fino alla morte, ma per il resto rimase totalmente improbabile rispetto allo splendore della Flaminia coupé di serie, creata però da Pininfarina.
La FIAMM in una pubblicità del periodo2 presentava infatti le Lancia Flavia e Flaminia addirittura di fronte ad una villa palladiana con lo slogan “armonioso accostamento di linee antiche e moderne…” e ciò dovrebbe indurre qualche riflessione negli gli odierni “esperti” del settore. Più che l’inciampo del singolo però, qui ci interessa l’anomalia del sistema.
La seconda metà del ‘900 ha assistito infatti al continuo infrangersi delle ondate successive di teorie sul design contro la scogliera del settore automobilistico. In piena cultura moderna, nel momento in cui si cercava di risolvere il rapporto fra arte e industria individuando nel nesso “funzione=forma” il nocciolo della questione, l’automobile costituiva fonte di imbarazzo. Si trattava infatti del prodotto simbolo proprio di quella montante modernità che si stava cercando di interpretare, il quale però pur mantenendo immutata la propria “funzione” continuava a cambiare forma: prima era a goccia, poi a scatola, ma con le “pinne”, e infine a cuneo. Come esempio di questo imbarazzo basti quello espresso da Bruno Munari nei suoi scritti, che definì “stilisti”3 gli autori di simili eresie. Nel caso “Luce” non abbiamo di fronte uno “stilista” ma un designer celebrato, Jony Ive, incaricato da un marchio blasonato, la Ferrari, per dare nuova forma a una nuova tecnologia, la propulsione elettrica, cosa è andato storto allora? Che cosa ha scatenato le furenti critiche negative sui “social”? La questione ci riguarda, perché, occupandoci di Manifattura Artistica, anche noi abbiamo fatto dichiarazioni e formulato teorie che questo caso automobilistico mette alla prova, obbligandoci a delle verifiche.
La prima di queste riguarda la definizione stessa. Con Manifattura Artistica avevamo infatti individuato un settore che include tutti coloro che a vario titolo, cioè aziende, artigiani, professionisti, eccetera, nella loro attività avevano la necessità di “creare una forma”. Avevamo subito escluso però i settori della moda (abiti, calzature, oreficeria, eccetera) e dell’automobilismo, perché in essi la creazione della forma rappresenta un problema talmente preponderante e specialistico da averli obbligati a dotarsi di strutture e percorsi di ricerca dedicati. Avevamo perciò circoscritto l’ambito di nostra competenza al settore del decoro architettonico e dell’arredo perché in evidente ritardo rispetto a questa problematica. Con i settori della moda e dell’automobilismo possiamo perciò dialogare e prendere esempio, ma non intervenire nel merito delle loro creazioni, perché ambiti altamente specializzati e governati da logiche proprie. Con ciò una prima conferma: non spetta a noi dire come debba essere la “giusta” forma di una Ferrari, ci limitiamo solo a prendere atto che quella del modello “Luce” ora viene additata come “sbagliata”.
Va chiarito che il nostro interesse è solo per il caso in sé, che risulta esemplare, perché dimostra il disallineamento fra un prodotto e le aspettative del suo potenziale mercato, problema trasversale questo, che assilla costantemente anche chi opera nella Manifattura Artistica. Non occupandoci di automobilismo ignoriamo quali strategie aziendali vi siano dietro, a quali mercati la Ferrari intenda rivolgersi e quali risultati commerciali si proponga di ottenere, il nostro interesse invece è quello di andare oltre al caso in sé per cercare di capire su quale base si possa definire “giusta” o “sbagliata” la forma di un certo manufatto. Come riferimento abbiamo sempre indicato Munari e mai Pininfarina, perché è dalle ricerche del primo che deriva l’attuale cultura progettuale dell’ambito che ci compete. Posto però che l’eredità di Pininfarina è oramai consolidata, mentre quella di Munari è ancora oggetto di una valutazione per il “beneficio d’inventario”, vien da chiedersi cosa manca allora a questa, che invece è presente in quella? Cosa il “designer” Munari non ha capito mentre lo “stilista” Pininfarina ha capito benissimo? Su questo siamo stati chiari: il concetto di decoro.
Ogni manufatto nasce da una necessità, per esempio quella di raccogliere il cibo, che suggerisce una forma con una funzione generale, quindi l’idea di un contenitore concavo, dalla quale deriva un oggetto con una forma precisa destinato a svolgere una funzione propria, cioè una ciotola, una scodella, un piatto, eccetera. Munari e la sua generazione si sono fermati qui pensando che l’evidenza del nesso causale tra la funzione generale di raccogliere il cibo con un contenitore concavo e la funzione propria di una ciotola fosse sufficiente a giustificare il tutto. Se questo fosse vero oggi le nostre stoviglie sarebbero ancora uguali a quelle prodotte nel neolitico, ma la visita ad un museo della ceramica dimostra esattamente il contrario. La “forma deriva dalla funzione” è quindi un’affermazione vera, ma quale funzione determina effettivamente la forma finale di un manufatto? La risposta “lapalissiana” che troviamo in un museo della ceramica è: la funzione civile!
La vita o la morte commerciale di un qualsiasi manufatto è legata all’idea di decoro condivisa dalla comunità a cui è destinato che comporta la sua accettazione o meno. Questa è quindi la funzione che determina effettivamente la forma finale di un manufatto ma che, si badi bene, non gli appartiene. Tutte le ciotole contengono il cibo in egual misura, ma solo alcune si accetta di portarle a casa e usarle per servire gli ospiti, le altre o non si comprano o se si possiedono già si usano semmai per dare da mangiare al cane ed è proprio su questo punto che la Ferrari “Luce” ha incontrato il problema. Non è la funzione generale in discussione, ammesso e non concesso che le auto elettriche abbiano un futuro, neppure la sua funzione propria, perché le qualità tecniche della vettura saranno certamente all’altezza della fama del costruttore, ma la sua funzione civile, cioè la forma di quest’auto non soddisfa le esigenze di decoro di chi è disposto a spendere cifre importanti per possedere “una Ferrari”.
Non serve argomentare ulteriormente perché le Ferrari sono un mito e ognuno può verificare su di sé le proprie aspettative di decoro immaginando l’ipotetico acquisto di una simile vettura. Il caso comunque è esemplare perché la “Luce”, in sé e per sé, non ha una brutta forma, anzi tutt’altro, se fosse il progetto di una fabbrica giapponese meriterebbe un encomio, visto anche lo stile delle ultime vetture del “sol levante”, ma le esigenze di decoro di chi cerca un’auto sportiva sono diverse da chi vuole un’auto del “cavallino”. Il primo punto da mettere in evidenza, quindi, è che è la funzione civile a determinare la forma finale di un manufatto, ma questa non gli appartiene perché non è una conseguenza né della funzione generale né della funzione propria, come erroneamente ipotizzato da Munari. La “Luce” è certamente un ottimo progetto, ma “…non è una Ferrari”, come ha affermato Montezemolo. La parola chiave è “decoro”, non “estetica” o “tendenza” come attualmente si crede, ma cosa significa concretamente? Cicerone ce ne dà una definizione, che riportiamo per esteso: “…colui che noi definiamo inopportuno si è guadagnato questo titolo, credo, per il fatto di non essere opportuno, termine che nell’uso della nostra lingua ha un gran numero di accezioni. Diciamo infatti inopportuno chi non comprende che cosa di volta in volta richiedano le circostanze, chi parla troppo, chi si mette in mostra, chi non tiene conto del prestigio e delle esigenze di coloro che sono con lui, chi, insomma, sotto qualsiasi aspetto manca di convenienza e di misura”4. Decoro quindi indica ciò che è opportuno per quello “che richiedono le circostanze”, perché ha “convenienza e misura” e “tiene conto del prestigio e delle esigenze di coloro” a cui si rivolge. Al netto quindi delle reali strategie commerciali dell’azienda Ferrari, che ignoriamo, il caso “Luce”, allo stato delle cose, mostra appunto un prodotto inopportuno perché non adeguato alle circostanze, in quanto non tiene conto del prestigio e delle esigenze di coloro che dovrebbero comprarlo. La nebbia si dirada e il problema comincia a delinearsi con chiarezza.
La qualità tecnica del prodotto “Luce” viene garantita dagli ingegneri Ferrari, quella estetica dal designer incaricato Jony Ive, ma chi ne garantisce il decoro se gli “esperti” sono tutti estranei all’azienda? La funzione civile impone il decoro e con ciò determina la forma finale di un manufatto, ma risulta evidente che è totalmente estranea alle competenze aziendali del produttore. Il settore automobilistico è composto solo da grandi realtà industriali che quindi hanno risorse e mezzi per indagare anche quest’ultimo aspetto e trarne le opportune indicazioni.
La Manifattura Artistica è composta da aziende medio-piccole, spesso artigianali, che invece non hanno né risorse né mezzi per affrontare seriamente questo tipo di indagini. Vi è poi un secondo aspetto del problema. La ricerca di mercato non è una scienza esatta, ma comunque fornisce all’azienda indicazioni sufficienti per orientare le proprie scelte che, in questo caso, hanno portato la Ferrari a definire le specifiche del prodotto “Luce”, ma non può dare nessuna indicazione sulla sua forma finale, che invece compete totalmente alla creazione del designer incaricato a cui spetta quindi la responsabilità anche del decoro. Per la Manifattura Artistica abbiamo identificato questo come il punto debole del sistema, ovvero la scarsa consapevolezza rispetto a queste problematiche di una generazione di progettisti formatisi alla scuola Munari, che su tale questione presentava non poche lacune. In questo senso abbiamo proposto un metodo d’indagine “sinestetica” che dovrebbe consentire al singolo progettista di “vedere” il proprio progetto per quello che realmente è, al di là dei condizionamenti dati dal “concept” di partenza e dalle proprie ossessioni. A titolo di verifica proviamo ad applicarlo a questo caso.
Jony Ive è il creatore delle forme dei prodotti Apple, prendiamone allora come esempio uno noto, cioè il grande schermo sorretto da una base ricurva di alluminio, e vediamo dove ci porta l’analisi. Il metodo prevede due parti: la prima totalmente “sinestetica” nella quale si cerca di dare nome a qualunque sensazione immediata l’oggetto susciti; la seconda invece “razionale” nella quale si ordinano queste parole in coerenti aree semantiche e si cerca di capire che senso generale trasmettono. Posto di fronte uno schermo Apple quindi, di seguito: curvo, pulito, leggero, cortese, discreto, morbido. Ci limitiamo a questi per semplicità. “Sinestetica” significa che la ricerca deve dare nome alle sensazioni provenienti da tutti sensi non solo a quelle legate alla vista, come verrebbe da supporre. In questo caso si vede per esempio che cortese e morbido sono sensazioni emotive, la prima, e tattili, la seconda. La fase successiva comporta il riordino “razionale” secondo aree semantiche omogenee, perciò: curvo, morbido – cortese, discreto – pulito, leggero. Il senso che emerge è che la raffinata bombatura del retro dello schermo (curvo), associata alla finitura in alluminio satinato (pulito) ne fa un oggetto “presente” (discreto) ma non “impattante”, cioè evidente per forma e dimensioni, ma non “petulante” o “spocchioso” (cortese) nell’ostentare le sue virtù tecnologiche. Forma perfetta dal punto di vista del decoro perché ha la “convenienza e misura …che richiedono le circostanze”, che sono quelle di un ufficio, e che “tiene conto del prestigio e delle esigenze” di coloro che lo frequentano.
Ora se applichiamo l’indagine alla forma della Ferrari “Luce” vediamo che parole più meno coincidono, ma le “circostanze” sono diverse. Curvo, pulito, leggero possono essere convenienti, ma morbido, cortese e discreto per una supercar col “cavallino” risultano inopportuni. Evitiamo di riproporre l’indagine anche su altri modelli Ferrari per avere un confronto, ma …la F40, la GTO, la CALIFORNIA spider guidata da Don Johnson in Miami Vice…ripetiamo, ignoriamo le attuali strategie commerciali dell’azienda Ferrari, ma, allo stato, gli strali di Montezemolo sono più che giustificati. Quest’ultimo punto mette in evidenza una ulteriore questione. Lo schermo Apple è posto sopra una scrivania, che dietro ha una sedia e a fianco una lampada, cioè si tratta di decoro d’interni, ovvero dell’ambito che compete alla Manifattura Artistica, della quale Jony Ive rappresenta evidentemente un caposcuola.
La Ferrari “Luce” appartiene invece al settore automobilistico che, come detto in premessa, appartiene ad un ambito totalmente diverso. Ciò che va stigmatizzata a questo punto è la sindrome da “tuttologia” del design contemporaneo che porta a credere che se si sa progettare un cucchiaio allora si può progettare anche una città, parafrasando il noto slogan del Bauhaus. Il fatto che ci si fregi dello stesso titolo, quello di designer, non significa che tutti possano fare tutto, la competenza deriva dall’esperienza maturata affrontando, e risolvendo, le problematiche specifiche del settore nel quale si opera, non dall’insegna che si affigge sulla porta. Ma questo è un altro discorso.
1 – https://www.stellantisheritage.com/it-it/heritage/storie/lancia-loraymo
2 – QUATTRORUOTE. Giugno 1962, pag.223.
3 – Bruno Munari. Arte come mestiere. Laterza, Bari 1973, pag.43.
4 – Cicerone. De Oratore, Libro II-17.