di Marco Lazzarato
Decorazione è l’arte che si occupa del decoro dei manufatti, ma cosa è decoro e perché i “manufatti” dovrebbero essere “indecorosi” al punto da richiedere un’arte specifica? Ce lo spiega Cicerone, il quale nel De Oratore scrive: “Per Ercole, Cesare, di tutte le parole latine ho sempre pensato che questa che hai usato or ora avesse proprio il significato più ampio; colui che noi definiamo inopportuno si è guadagnato questo titolo, credo, per il fatto di non essere opportuno, termine che nell’uso della nostra lingua ha un gran numero di accezioni. Diciamo infatti inopportuno chi non comprende che cosa di volta in volta richiedano le circostanze, chi parla troppo, chi si mette in mostra, chi non tiene conto del prestigio e delle esigenze di coloro che sono con lui, chi, insomma, sotto qualsiasi aspetto manca di convenienza e di misura” (Cicerone. De Oratore, Libro II-17)
Decoro quindi è sinonimo di “convenienza e misura” e si può definire come l’essere opportuno ai luoghi e adeguato alle circostanze. Il termine opposto è infatti indecoroso, che indica quindi ciò che è inopportuno o inadeguato. L’arte oratoria trattata da Cicerone si occupa però del linguaggio opportuno per i discorsi pubblici, che riguardano gli ambiti politici, giudiziari e celebrativi.
La Decorazione, in quanto arte “figurativa”, si occupa invece di “manufatti”, ma svolge ugualmente una funzione pubblica per cui, escluso l’ambito giudiziario, segue lo stesso percorso al punto che dalla prima trae i paradigmi e i nomi. Il decoro quindi è il pilastro che regge la prima e dà addirittura il nome alla seconda, ma cosa significa tutto ciò in concreto? Le arti della Pittura e della Scultura operano sotto lo statuto della poetica, cioè il loro scopo è creare forme nuove, l’arte della Decorazione opera invece sotto lo statuto dell’etica, il suo scopo quindi è la “virtù civile”, cioè usa queste o altre forme per rendere gli oggetti e gli spazi umani consoni al vivere civile.
Per virtù s’intende il giusto comportamento fra un eccesso e un difetto considerati vizi, quindi quelle “civili” hanno come scopo il retto svolgimento della vita associata all’interno della “polis”, educando i cittadini ad una relazione appunto “virtuosa” tra sfera privata e vita pubblica. Il decoro è quindi il principio fondante del vivere civile, il “catalizzatore”, si direbbe in termini moderni, che consente l’amalgama di una comunità.
Convenienza e misura, così come opportunità e adeguatezza non sono perciò in funzione di un calcolo o di un interesse individuale, ma di una necessità comune che vede nel rispetto reciproco delle funzioni, dei ruoli e delle persone il fondamento del vivere civile.
Il decoro come necessità della vita sociale
Concetti desueti questi per noi oggi, perché combattuti ferocemente dal furore ideologico novecentesco, vale perciò la pena di insistere sul tema non tanto per approfondire il concetto, quanto per coglierne le conseguenze. Il decoro si pone fra le leggi e la morale nel senso che ciò che è reato viene stabilito dallo stato e ciò che è “peccato” viene dettato dalla religione. Chi contravviene all’idea di decoro quindi non rischia la galera nella vita mortale né punizioni in quella eterna, ma le conseguenze non sono meno gravi.
Da questo punto di vista è vero che in casa propria ognuno può fare ciò che vuole, per esempio usare cassette della frutta come sedie, ma nel momento in cui si dovranno accogliere degli ospiti il problema del decoro si porrà in tutta la sua drammaticità. Un naufrago su un’isola deserta o un contadino nella sua rimessa degli attrezzi possono usare una cassetta della frutta come sedia, perché nessuno mai oltre a loro vi si siederà. Un cittadino partecipe di in un vivere civile, cioè una persona inserita in un contesto sociale nel quale interagisce con i suoi simili, è soggetta anche nel privato ai vincoli di opportunità e adeguatezza, cioè di decoro, pena l’emarginazione e l’esclusione.
La funzione civile dei manufatti
Per chiarire la posta in gioco si può dire che lì per lì non succede nulla se si fanno sedere gli ospiti sulle cassette della frutta, ma al “caso sociale” come si definisce oggi non si affidano poi cariche pubbliche, non si assegnano commesse lavorative e non si attribuiscono incarichi di responsabilità. Sul decoro quindi ci si gioca la vita o la morte sociale. Su questo punto è necessaria una breve digressione. La cultura razionalista che ha dominato la seconda metà del ‘900 recitava come un mantra “la forma deriva dalla funzione” definendo “orpello” tutto ciò che non era determinato da questo rigido rapporto di causa-effetto. Tutto ciò è vero, ma quale funzione determina effettivamente la forma finale di un oggetto? Ogni “manufatto” nasce da una precisa necessità, per esempio percuotere, per cui vi è una funzione generale che definisce la sua forma-tipo. Se si deve percuotere serve un peso e se lo si lega a un manico l’operazione risulta più comoda e sicura. Fissata la forma generale del martello si definisce poi la funzione propria, cioè in base a ciò che si deve percuotere si avranno vari battenti e adeguati manici.
Abbiamo così i vari martelli da muratore, da carpentiere, da orefice, eccetera. Secondo il suddetto pensiero razionalista tanto bastava per definire la forma del martello e, negli anni ’60, effettivamente i battenti venivano venduti avvolti in carta oleata e poi al manico ognuno provvedeva da sé. L’esperienza odierna però ci insegna che se si vuole acquistare un martello e ci si reca in una rivendita specializzata, ci si trova di fronte uno lungo scaffale di martelli tutti della stessa forma come battente ma già con il manico “decorato” con colori, materiali e forme totalmente diverse.
Il semplice battente avvolto in carta oleata non esiste più. Si deduce da ciò che la vera funzione che determina la forma finale di ogni “manufatto” è la funzione civile, quella cioè che deve assolvere alla necessità del decoro! Vendere un battente in carta oleata oggi è inopportuno, perché un odierno artigiano chiamato per una riparazione che esibisse un martello immanicato con un legno di recupero verrebbe considerato indecoroso, con conseguenze negative sul suo compenso e sul proseguo della sua attività. Ciò che vale per il privato si ripropone accresciuto in maniera esponenziale nel pubblico. Se risulta indecoroso far sedere gli ospiti sulle cassette della frutta in casa propria figuriamoci nella casa comune.
La crisi del decoro nel Novecento
Il decoro abbiamo visto essere una cosa seria e l’arte che se ne occupa lo deve essere altrettanto e che ciò fosse anche preso sul serio lo testimonia il fatto che sull’architettura delle città post-unitarie vigilava una “commissione d’ornato” con il compito di approvare, appunto, il decoro degli edifici (…) qualcosa poi sia successo e quello che fin qui è stato descritto come cosa ovvia evidentemente dopo la “grande guerra” ha smesso di esserlo.
Il ‘900 è stato un secolo complesso e non è questa la sede per tracciarne la storia, dobbiamo però cercare di fissare il punto utile al nostro ragionamento. Abbiamo visto come il pensiero moderno neghi la funzione civile, o meglio non riesca a leggerla come cosa separata e diversa dalla funzione propria del “manufatto”. L’assunto moderno è che una sedia, proprio perché è “funzionale”, cioè comoda economica e robusta, ha di per sé anche una funzione civile ed ogni ulteriore intervento sarebbe stato un “orpello”.
Questa etica “funzionalista” portata dagli oggetti agli edifici, cioè dal privato al pubblico, generò l’idea che se una stalla era una costruzione che doveva ospitare un dato numero di animali quadrupedi, l’aula consigliare di un municipio allora era uno spazio che doveva ospitare un certo numero di animali bipedi, per cui il problema da affrontare era solo “metrico”, cioè calcolare gli spazi per le due anziché per le quattro gambe.
Il ciclo pittorico di Adolfo De Carolis nella Sala dei Grandi del Palazzo della Provincia di Arezzo tutto si può definire tranne che “orpello” e l’evidenza del decoro che tale opera conferisce al luogo rende superfluo ogni ulteriore commento.