di Marco Lazzarato

L’attuale cultura del design si è formata attorno al dogma de “la forma è la funzione”, che negli anni ’70 era considerato verità rivelata e recitato come un “mantra” in ogni ambito progettuale. L’affermazione è indubbiamente vera ma il problema è capire qual è la vera funzione che determina effettivamente la forma.

Ogni manufatto deve risolvere una necessità che ne determina una funzione “generale”, supponiamo che sia il “percuotere”. Questa suggerisce un manufatto con un peso per battere e un manico per maggior comodità e sicurezza. Fissata questa idea generale si tratta di costruire un oggetto con una forma idonea alla funzione “propria”, cioè per battere una certa cosa. Si hanno così i martelli da muratore, da carpentiere, da orafo, eccetera. Qui nasce l’equivoco.

Chi ha una certa età si ricorda che negli anni ’60 i martelli venivano venduti avvolti in carta oleata e per il manico poi ognuno provvedeva da sé perché al tempo legni e manici di vecchi attrezzi erano presenti in ogni casa. Oggi i martelli si comprano negli ipermercati dedicati, sono esposti in lunghe scaffalature già provvisti di manico e ognuno di essi ostenta colori, materiali, finiture e presunte qualità ergonomiche. Il semplice battente in ferro avvolto in carta oleata è pari a questi come funzione “propria”, ma in questo contesto resterebbe invenduto perché considerato indecoroso, come sarebbe indecoroso per un attuale artigiano presentarsi da un cliente con un martello immanicato con un legno di recupero.

È la funzione “civile” quindi che determina la vera forma finale dell’oggetto e ne sancisce la vita o la morte commerciale. Diciamolo in altro modo. In casa mia posso recuperare un vecchio battente, immanicarlo con un manico di scopa e per quello che devo fare è un utensile perfetto. Se però sono artigiano e ho a che fare con il pubblico, devo necessariamente esibire un martello “professionale”, cioè già immanicato e colorato in modo conveniente. In casa mia posso sedermi su una cassa della frutta, ma se ricevo anche una sola persona devo farla sedere su una sedia.

È la necessità del decoro che come una ghigliottina scende sul collo di ogni progettista e indica la funzione “civile” che determina effettivamente la forma del suo manufatto. Esso quindi o possiede gli standard minimi di decoro richiesti da quella comunità oppure viene rifiutato, anche se funzionale. Questa è la realtà che il design moderno non è stato in grado di leggere: accecato dalla retorica funzionalista che riconosceva solo la funzione “propria” di un oggetto, non ha visto il muro del decoro contro cui andava a sbattere.

Se però è la funzione “civile” a determinare la forma di un oggetto, paradossalmente possiamo averne uno inutile dal punto di vista della funzione “propria”, per esempio una sedia su cui è impossibile stare seduti, ma se la sua forma soddisfa le aspettative di decoro del mercato, essere venduto ugualmente come oggetto di “culto”. Questo rappresenta l’altro grande problema irrisolto del design contemporaneo. Con gli anni ’80, il Post-Moderno ha fatto capire che era l’estetica e non la funzionalità a qualificare i prodotti, per cui molti progettisti si sono lanciati in avventurismi estetici, suggestivi nell’immediato, ma che per la loro arbitrarietà hanno lasciato terra bruciata alla generazione successiva. Se la virtù sta nel mezzo, fra questi due estremi, cioè il “funzionalismo” ideologico e l’”estetismo” arbitrario, è necessario tornare su una virtuosa retta via.

La funzionalità oggi ci deve essere, ma è un pre-requisito, cioè chi compra una sedia dà per scontato che sia comoda e robusta, quindi è per la sua forma che decide l’acquisto. Questa però deve essere seria e convincente, cioè saldamente incardinata a una idea di decoro condivisa, che è una cosa diversa dalla moda corrente. Tutto questo tema non può essere risolto da avventurismi individuali ma deve essere affrontato nel merito con un dibattito comune il cui fine sia indicare un percorso condiviso.