di Pier Francesco Rupolo

 

La trasformazione digitale sta entrando con forza anche nei settori che più di altri fondano il proprio valore sulla qualità manifatturiera e sulla capacità di coniugare tradizione e innovazione. Per le imprese della manifattura artistica, del design e delle produzioni ad alto contenuto creativo, l’Intelligenza Artificiale non rappresenta soltanto una nuova tecnologia, ma un’opportunità per ripensare l’organizzazione del lavoro, valorizzare le competenze e favorire il trasferimento del know-how tra generazioni.

In questo scenario, la competitività non dipenderà dalla semplice introduzione di strumenti digitali, bensì dalla capacità di integrare innovazione tecnologica, formazione continua e sviluppo organizzativo. Le aziende che sapranno investire nella crescita delle persone, nella qualificazione delle competenze e nella riprogettazione dei processi potranno utilizzare l’IA come leva per aumentare produttività, qualità e capacità di innovazione, preservando al tempo stesso il patrimonio di esperienza che caratterizza il Made in Italy.

I dati della Ricerca dell’Osservatorio HR Innovation della School of Management del Politecnico di Milano proiettano uno scenario di profonda incertezza strutturale. Il titolo del rapporto, “Don’t Look Up”, lancia una provocazione esplicita: il tessuto imprenditoriale rischia di ignorare la portata di questa trasformazione, preferendo non guardare l’impatto imminente che ridisegnerà i modelli di business. Se da un lato cresce rapidamente l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nelle imprese italiane, dall’altro permane una diffusa difficoltà nel governarne gli effetti organizzativi e nel trasformarla in un reale fattore di sviluppo. È questa la sfida che interessa da vicino anche il sistema della manifattura artistica: non sostituire il lavoro umano, ma renderlo più qualificato, sostenibile e capace di affrontare i cambiamenti tecnologici senza disperdere il patrimonio di competenze che costituisce il principale vantaggio competitivo delle imprese italiane.

 

L’Adozione dell’IA: crescita spontanea e mancanza di governance

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale tra i lavoratori ha registrato un incremento significativo, passando dal 32% al 44% in un solo anno, con forti discrepanze settoriali che vedono il comparto ICT, Media & Telco al comando con il 65% e il Retail fermo al 31%.

Tuttavia, l’approccio prevalente rimane limitato e destrutturato, poiché il 50% dei dipendenti considera l’IA solo come uno strumento operativo standard e il 44% come un assistente per compiti ripetitivi. L’impiego si concentra principalmente sulla creazione di contenuti per il 64% e sulla gestione della conoscenza per il 56%, mentre l’analisi e il problem solving si fermano al 37%. I dati Istat confermano questa forte polarizzazione legata alla dimensione aziendale: se nelle grandi realtà con oltre 250 addetti l’adozione supera il 53%, nelle piccole imprese si arresta al 14,2%, penalizzata da una profonda carenza di competenze interne e risorse finanziarie.

Il paradosso del tempo risparmiato emerge chiaramente dai dati dell’Osservatorio: l’IA garantisce un risparmio medio di 30 minuti al giorno, che sale a 40 per gli utilizzatori quotidiani. Nonostante ciò, solo il 9% delle organizzazioni gestisce in modo strutturato questo tempo guadagnato, esponendo le aziende al rischio reale di disperderlo in compiti marginali anziché reinvestirlo in formazione o in attività a maggior valore aggiunto. A questo si aggiunge il fenomeno del “Shadow AI”, con il 34% dei dipendenti che usa spontaneamente strumenti non promossi dall’azienda e il 51% che affianca soluzioni aziendali a strumenti esterni, introducendo pesanti criticità sul fronte della sicurezza informatica e della protezione dei dati aziendali. L’integrazione strutturale tra uomo e macchina è ancora embrionale, tanto che nell’83% dei casi il controllo della qualità e la validazione degli output rimangono una responsabilità interamente manuale del lavoratore.

 

Dai modelli generativi alla Physical AI: i paradossi del capitale umano

Il panorama tecnologico si sta muovendo rapidamente verso la Physical AI, integrando modelli intelligenti in sistemi di automazione capaci di interagire con lo spazio fisico e introducendo i robot aziendali, come dimostrano i primi quattro Calvin-40, robot umanoidi modulari autonomi sviluppati da Wandercraft e destinati a gestire e movimentare carichi pesanti inseriti nella fabbrica di Benevento di Sapa.

A differenza delle passate rivoluzioni industriali, l’impatto dell’IA generativa colpisce in modo particolare i ruoli “white collar” a media e alta istruzione, tra cui programmatori, addetti al customer service, data entry e analisti di mercato. Mentre negli Stati Uniti l’avanzamento tecnologico determina una riduzione delle figure junior a favore dei profili senior, il contesto italiano mostra una tendenza opposta, caratterizzata da un aumento del 12% dei profili entry-level e da una flessione del 6% degli over 50.

Questo dato contrasta in parte con il più ampio scenario sociale descritto dal Censis, che evidenzia una progressiva “senilizzazione” generale del mercato del lavoro italiano, dove la crescita occupazionale complessiva degli ultimi anni è trainata quasi esclusivamente dagli over 50, a fronte di una continua emorragia di giovani under 35 e di una preoccupante contrazione dei titolari d’impresa e dei giovani imprenditori sotto i 30 anni. Questo cortocircuito solleva forti preoccupazioni circa la futura mobilità sociale e la capacità delle imprese di preservare il know-how organizzativo, mitigando il rischio che i lavoratori deleghino decisioni complesse alle macchine smettendo di allenare le proprie capacità cognitive.

 

La crisi del manager e la riprogettazione organizzativa

In un ecosistema caratterizzato da modelli organizzativi piatti, decentralizzazione decisionale e un progressivo disinteresse delle nuove generazioni verso le posizioni di coordinamento tradizionali, spesso associate a stress e scarso bilanciamento tra vita privata e lavorativa, la figura del manager attraversa una profonda crisi d’identità. In prospettiva, il manager dovrà evolvere da superiore gerarchico a facilitatore specializzato nell’armonizzazione di persone e sistemi intelligenti.

A oggi, la classe manageriale non appare pronta, dato che un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’IA e il 22% dichiara di non possedere le abilità necessarie per comprendere quali attività delegare alla macchina e quali mantenere in capo all’essere umano. Le direzioni delle risorse umane si trovano a dover colmare un forte deficit di accompagnamento, poiché il 57% dei lavoratori lamenta l’assenza di iniziative aziendali di formazione strutturata sull’IA, che spesso si riducono a semplici linee guida documentali.

 

Lo shock demografico e l’automazione dei processi

L’innovazione tecnologica deve fare i conti con un’emergenza strutturale macroeconomica, rappresentata dalla crisi demografica. Con un tasso di natalità fermo a 1,2 figli per donna, le proiezioni indicano che nel 2040 la popolazione attiva subirà una drastica contrazione di 3 milioni di unità.

Il problema odierno del talent shortage, ovvero la difficoltà di assunzione lamentata dal 75% delle imprese a causa dello skill mismatch digitale e tecnico, si evolverà in un labour shortage generico. I dati Istat sul mercato del lavoro evidenziano infatti che, nonostante un tasso di occupazione stabile, si registra un forte aumento del numero degli inattivi nella fascia tra i 15 e i 64 anni, segno di un progressivo allontanamento di ampie fette di popolazione dai circuiti produttivi tradizionali. Per garantire la sostenibilità del mercato e la continuità del business in un Paese in cui il valore reale delle retribuzioni è ancora inferiore rispetto ai livelli del 2007, il capitale tecnologico dovrà necessariamente affiancare o sostituire quello umano. Ad oggi, mediamente il 12% delle attività lavorative è già stato automatizzato, con picchi del 40% nei Media, e per il 45% delle imprese l’adozione dell’IA costituisce una risposta diretta alla carenza di personale.

 

Best practice e modelli data-driven

Esistono realtà che hanno saputo interpretare il cambiamento in chiave strategica e data-driven, premiate dall’Osservatorio per l’efficacia dei loro progetti.

Nell’ambito delle potenzialità dell’AI applicate ai processi interni, il Gruppo Intesa Sanpaolo si è distinto con il programma “HR 2030”, basato sull’integrazione di assistenti virtuali multi-agente e sistemi OCR per azzerare le attività amministrative manuali e focalizzare le risorse sul business. Sul fronte della Talent Attraction rivolta alle nuove generazioni, La Piadineria ha implementato “La Giovanna”, un agente IA su WhatsApp per il pre-screening automatizzato e la pianificazione dei colloqui di oltre 45.000 candidature, riducendo il time-to-hire a 3-5 giorni.

SEA Milano ha puntato sulla centralità delle competenze con il progetto “Mapping to Mobility”, una piattaforma skill-based basata su profili aziendali per mappare le competenze e simulare percorsi di mobilità interna. Quiris ha sviluppato la piattaforma “Beyond Pay Transparency” per la classificazione oggettiva dei ruoli e il monitoraggio dei divari retributivi di genere legati alle direttive europee. Infine, SKY Italia è stata premiata con l’IMPACT Award per “Sky4You”, un’infrastruttura digitale che personalizza l’accesso ai servizi di welfare e wellbeing aziendale predittivo in base alla navigazione dell’utente.

 

Il ruolo della consulenza: dall’adozione tecnologica alla trasformazione organizzativa

Lo scenario delineato evidenzia come il principale ostacolo alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale non sia più la disponibilità della tecnologia, ma la capacità delle organizzazioni di integrarla nei propri modelli di lavoro. È proprio in questo passaggio che assume un ruolo strategico la consulenza organizzativa. Accompagnare le imprese significa infatti progettare nuovi processi, sviluppare competenze manageriali, definire modelli di governance dell’IA, garantire la conformità normativa e costruire percorsi di cambiamento capaci di valorizzare il capitale umano.

In questa prospettiva si inserisce l’approccio di Euteknos, che considera l’innovazione non come un semplice intervento tecnologico, ma come un processo di trasformazione organizzativa che coinvolge persone, competenze e cultura aziendale. L’obiettivo non è introdurre nuovi strumenti, bensì creare le condizioni affinché l’Intelligenza Artificiale diventi un fattore di crescita sostenibile, incremento della produttività e miglioramento della qualità del lavoro.

L’evoluzione verso organizzazioni data-driven richiede infatti un approccio multidisciplinare che integri consulenza strategica, formazione continua, ridisegno dei processi e sviluppo delle competenze digitali. In un contesto caratterizzato da cambiamenti demografici, carenza di talenti e crescente complessità normativa, la capacità di accompagnare le imprese nella transizione digitale rappresenta uno dei principali fattori competitivi del prossimo decennio.