di Marco Lazzarato

Non vi è dubbio che il processo creativo sia oggi l’anello debole della catena produttiva della Manifattura Artistica. Ogni azienda è storia a sé per cui non è possibile generalizzare, a livello di sistema invece alcune dinamiche si possono cogliere. Oggi sembra ci si fermi al livello emotivo, cioè alla sensazione epidermica data dai colori, dalle luci e dai materiali e non si riesca più ad accedere al livello superiore, quello della creazione di una nuova forma che abbia gli attributi del caso, cioè sia convincente, condivisibile e che rappresenti la cultura del suo tempo. Dall’odierno ristagno nel minimalismo monocromo si cerca di uscire o riciclando le forme degli anni ’70, che hanno il sapore della minestra riscaldata, oppure con una “creatività” estemporanea dalle forme improbabili, che piacciono solo a chi le fa.

Vi è un’intera generazione di progettisti che sembra bloccata proprio sul punto che la dovrebbe qualificare, cioè la creazione di nuove forme condivisibili e identitarie. Non è solo un problema di singoli, che possono essere più o meno bravi, ma di sistema che evidentemente impedisce a chi ha le ali di spiccare il volo. A questo punto è necessario affermare perentoriamente che la creazione della forma compete all’Arte, quindi chi per professione è chiamato a crearla deve necessariamente partecipare al dibattito artistico, pena il fallimento delle sue proposte.

Il discorso è complesso ma cerchiamo ugualmente di chiarire qualche punto chiave. Una forma è una dichiarazione identitaria creata sì dal singolo artista, ma come cristallizzazione di un pensiero condiviso, che, si badi bene, riguarda i princìpi fondanti, “ontologici”, della comunità. Se non vi è questa catena di legittimità siamo di fronte a pure esternazioni narcisistiche che interessano solo ai loro autori. Se la creazione è un atto personale, perciò imponderabile, è la formazione del pensiero condiviso intorno ai “princìpi fondanti della comunità” che richiede un lavoro comune.

Il celebrato “Made in Italy” è stato il risultato di questo lavoro e i vari Munari, Scarpa e Ponti, solo per citare i nomi più noti, è da questa fonte che hanno tratto la linfa vitale e le idee per i loro progetti. Per motivi che qui sarebbe complesso spiegare, con gli anni ’70 del secolo scorso questa catena si è spezzata, gli artisti sono rimasti soli con loro stessi e designer ed architetti si sono dichiarati “altro” rispetto all’Arte. Il mondo del “design” dopo questa dichiarazione di alterità, ha cercato nella “materia” ciò che invece andava trovato nello “spirito”, entrando in un labirinto nel quale poi si è perso. L’attuale enfasi con cui si esaltano i nuovi materiali e le nuove tecnologie come virtù essenziali di oggetti d’arredo serve a distogliere l’attenzione dalle loro forme sempre più puerili e banali.

Come si intuisce la questione è molto complessa e i temi qui elencati di sfuggita andrebbero sviscerati con cura, però un punto fermo si può fissare per dare un senso a questo ragionamento. Chi, come gli ingegneri, opera nell’ambito che possiamo definire “funzionale”, ha certamente i materiali e la tecnologia come punti di riferimento, perché la forma è determinata dalla funzione e dalle normative e basta aggiungere solo un po’ di buon gusto per chiudere il manufatto in modo decoroso. Chi, al contrario, opera oggi nella Manifattura Artistica italiana ha la forma come obiettivo, perché unico vantaggio competitivo del sistema, in quanto materiali e tecnologie sono ampiamente diffuse fra i competitori.

Se questo è vero, allora tutto il sistema della progettazione deve tornare alla fonte, cioè al “foglio bianco”, bisogna isolare l’atto creativo primario che sta all’origine di ogni manufatto e su questo riaprire un confronto di merito. Il sistema del design italiano deve risalire ai livelli superiori della cultura, tornare ad esprimere i princìpi fondanti della comunità, abbandonando le sociologie da bar sport e gli ecologismi da salotto con i quali ha cercato finora di giustificare oggetti che non avevano senso di esistere. L’immagine plastica se non del fallimento, ma della crisi profonda del design italiano è data dal FuoriSalone di Milano, attorno al quale si focalizza l’interesse mediatico laddove l’evento principale, cioè il Salone del Mobile, viene citato di sfuggita, fatto questo su cui molti dovrebbero riflettere.