di Marco Lazzarato

Da più parti si comincia a riconoscere che la transizione in atto pone un problema “culturale”. Nella Manifattura Artistica enti, istituzioni e associazioni dopo aver proposto per decenni solide soluzioni tecnologiche a concreti problemi produttivi ammettono ora che la questione si è spostata nell’evanescente area della “cultura”. A conferma di ciò vi è l’arrivo di un nuovo strumento digitale che porta con sé l’ennesima “rivoluzione”, questa volta però vissuta con inquietudine ed imbarazzo.

L’informatica, che fino a ieri si presentava come un rassicurante processo automatico, oggi invece obbliga a delle scelte. L’Intelligenza Artificiale infatti abbaglia con il suo lato luminoso, perché sul versante ingegneristico la sua autonomia decisionale ordina e semplifica la complessità dei processi produttivi, ma mostra anche un inquietante lato oscuro, perché proprio grazie a questa invade anche gli ambiti comunicativi e creativi, cioè sconfina sul versante umanistico finora precluso alle macchine. Su questo lato però, essa propone, ma poi “getta la palla” nel campo dell’intelligenza naturale che deve disporre, cioè ponderare e scegliere fra cosa è giusto e cosa è sbagliato. Tutto ruota perciò attorno al concetto di “cultura”, ma cosa si deve intendere con ciò? L’antropologia culturale, disciplina che studia tali questioni, la definisce come l’insieme di informazioni che l’essere umano deve acquisire per potersi inserire in un determinato gruppo sociale e sopravvivere poi in un certo ambiente.

Distingue perciò due livelli, quello fisico della sopravvivenza e quello sociale dell’inserimento in un gruppo. Per sopravvivere in un ambiente marino, nel quale il sostentamento deriva dalla pesca, sono richieste conoscenze diverse da quelle necessarie alla vita in un ambiente montano, nel quale invece il sostentamento deriva dall’allevamento. In questo senso, per estensione, si può affermare che “cultura” è tutto ciò che bisogna sapere per nutrire sè stessi e la propria famiglia in un certo “contesto”. Oggi, infatti, l’ambiente non è più solo un dato naturale immutabile, come il mare o la montagna, ma è diventato una entità complessa, frammentata in vari “contesti” fluidi, per esempio quello industriale, commerciale, urbano, eccetera, che impongono conoscenze, cioè culture, specifiche. Propedeutico a questo dato funzionale vi è però l’aspetto sociale: il singolo essere umano non ha mai l’accesso diretto alle risorse ambientali, ma solo attraverso un gruppo nel quale si deve necessariamente inserire. Il motivo è ovvio: solo gli animali erbivori trovano il cibo sotto i loro piedi, tutti gli altri invece si devono associare per attuare strategie di sopravvivenza più complesse, che nel caso dell’essere umano, con l’atavico passaggio da cacciatore nomade ad agricoltore stanziale, si sono sviluppate in modo ipertrofico.

Questa è quindi la seconda “cultura”, quella delle narrazioni, delle tradizioni e dei modelli comportamentali, quella che s’impara a scuola e che si trova scritta nei libri. Le due culture sono correlate, cioè le conoscenze necessarie alla sopravvivenza in un certo ambiente condizionano il sentire, il pensare e il concepire il mondo del gruppo sociale che vi risiede e questo fa sì, per esempio, che la “cultura” di un pescatore sia diversa da quella di un pastore. Se le condizioni ambientali non mutano, la “cultura” nel suo insieme rimane stabile, ma se viceversa si modificano vi è una rincorsa della cultura “sociale” verso quella “ambientale”. Ciò significa che i modelli, la scuola e i libri accumulano un ritardo interpretativo rispetto ai mutamenti della realtà ambientale. In una società agro-pastorale i fattori ambientali, cioè le pecore e le montagne, rimangono stabili, per cui i mutamenti eventuali come gli aggiornamenti tecnologici vengono assorbiti dalla “cultura” senza scossoni. In una società urbana e industriale il “contesto” invece muta continuamente, spesso in modo radicale, creando un ritardo cronico della cultura “sociale” rispetto a quella “ambientale”. Qui nasce l’inghippo, come ogni cosa umana anche le culture hanno un proprio ciclo vitale e nella società industriale questo è di circa cinquant’anni, poi diventano obsolete.

La cultura dell’occidente industrializzato, nel migliore dei casi, poggia ancora sulla piattaforma degli anni ’70 del secolo scorso, forse non basta più limitarsi a sostituire i singoli modelli culturali travolti dalle contingenze, ma è necessario procedere a una riforma strutturale del sistema.