di Marco Lazzarato
Per descrivere l’architettura si è usato spesso il paragone con il corpo umano, possiamo perciò servircene anche nella manifattura artistica, che dell’architettura è complemento, per affrontare il tema della qualità della forma. Per analogia, quindi, si può dire che la forma di un qualsiasi manufatto sia il risultato della sovrapposizione di “muscoli e ossa”.
Posto in questi termini il tema appare chiaro: nel corpo umano la “qualità della forma”, cioè misura, proporzione e armonia fra le parti, e i suoi effetti, cioè fascino, bellezza, magnetismo, eccetera, ci sono sempre immediatamente evidenti e pleonastico risulterebbe citare esempi di “sex-symbol” o di bellezze da “copertina”. L’analogia ci porta però a constatare come, in realtà, sia ciò che ne ricopre la superficie che caratterizza un corpo e che noi vediamo come prima cosa.
Su questo il pensiero “modernista” del primo novecento si è espresso chiaramente: la decorazione è la “pelle” di un edificio e come tale non può che essere anch’essa conseguenza dell’energia vitale che ne ha guidato la creazione, deve cioè risultare “organica” allo stesso. Quando la questione venne posta il problema che si aveva di fronte era quello di liquidare l’eredità lasciata dal bulimico “decorativismo” ottocentesco che sovraccaricava con ogni sorta di ornamenti tutto ciò che produceva.
Se l’analogia biologica nell’architettura sembrava avere un senso, in quanto il riferimento “organico” ad una decorazione/pelle riportava in primo piano il tema della coerenza complessiva della forma di un edificio tra il suo aspetto e la sua funzione, nella manifattura artistica invece la questione presentò una difficoltà non prevista, infatti: la pelle deve necessariamente avere un rapporto organico con il corpo, perché ne è la protezione, ma la decorazione è veramente la “pelle” di manufatto?
Il corpo umano è ricoperto solo dalla pelle per cui l’analogia biologica sembra coerente, ma un acuto “pensatore” anglosassone, tale Desmond Morris, definì l’Uomo “la scimmia nuda” incontrando il generale consenso, se ciò è vero è altrettanto vero allora che “nuda” questa “scimmia” non può andare a teatro. Questa è la parte mancante al ragionamento organicista che, in sé, poteva avere anche un senso: la “pelle” di un edificio deve avere certamente un rapporto “organico” con esso, però se questo è un teatro tale nudità dovrà venire coperta poi da un appropriato, cioè decoroso, vestito. La necessità di un “vestito” non nasce perciò da una questione climatica come si potrebbe supporre e come spesso è stato dichiarato.
I “Papua della nuova Guinea” – oggetto degli strali di Adolf Loos, antesignano del “funzionalismo”, che è l’altra faccia della medaglia che stiamo osservando – costretti a girare nudi per questioni climatiche, ricoprivano però i loro corpi di elaborati tatuaggi al punto da considerare “nudi” i primi occidentali con cui vennero in contatto, perché ne erano privi. Sono quindi le funzioni necessarie al vivere “civile” che impongono un preciso decoro ottenuto attraverso opportuni “ornamenti”. Questi sono “cose”, cioè manufatti, scollegati perciò dalla realtà “organica” al punto da risultare spesso contronatura: si pensi per esempio agli “orecchini” che presso certi popoli possono diventare grandi elementi circolari inseriti nei lobi delle orecchie.
Se vogliamo seguire l’analogia fino in fondo ne deriva quindi che la forma di un manufatto è data da “ossa e muscoli”, che devono però essere protetti in modo organico da una “pelle”, che negli esseri umani va poi coperta con un decoroso vestito. Che piaccia o meno è solo quest’ultimo fattore che sta alla base della vita o della morte commerciale dei prodotti nella manifattura artistica e non solo.
Dall’analogia appare chiara la concatenazione dei problemi: ogni prodotto della manifattura artistica per prima cosa deve nascere con la miglior forma possibile, determinata dalla giusta proporzione fra “muscoli e ossa”, poi dev’essere coperto da una “pelle” che risulti organica, infine deve indossare un decoroso vestito fatto di opportuni ornamenti.
La prima questione legata alla creazione di una forma di “qualità”, cioè con la giusta proporzione fra “muscoli e ossa”, appartiene totalmente al lato “artistico” della “manifattura” e segue perciò logiche diverse, che abbiamo illustrato altrove1 e che sarebbe complesso riportare in questa sede. Il secondo punto invece è chiaro a tutti, perché la “pelle” dei manufatti, cioè la loro “finitura”, è questione affrontata e risolta quotidianamente in ogni azienda, per cui è superfluo soffermarvisi.
È il terzo punto che invece risulta controverso e sul quale è opportuno intervenire per chiarire alcuni equivoci sedimentati nel tempo. Il primo di questi, paradossalmente, è proprio la definizione dell’acuto pensatore anglosassone a chiarirlo: se l’essere umano è una “scimmia nuda”, vuol dire che tutte le altre sono “vestite”. Si scopre così che l’analogia biologica è stata fraintesa e dal mito “organico” non sono state tratte poi tutte le conseguenze del caso.
Se tutte le altre scimmie sono “vestite”, significa che non è mai la pelle la prima cosa che si vede in un essere vivente, ma qualcos’altro. Dal punto di vista biologico ossa e muscoli devono essere coperti da un rivestimento protettivo, che quindi tutti gli animali posseggono. Per esempio la pelle è uguale in tutti gli uccelli, però non è quella che ci fa distinguere un fagiano da un pavone. Ciò significa che se vogliamo seguire fino in fondo la natura dobbiamo constatare che anch’essa si occupa e preoccupa del decoro delle sue creature. I ricchi “ornamenti” della coda del pavone non hanno relazione né con la “funzionalità” del volo, né con l’”organicità” del corpo, anzi, tutto il contrario, però sono assolutamente necessaria nei rapporti sociali che il pavone intrattiene con i suoi simili.
La differenza con l’essere umano è che essendo questi “nudo” può permettersi di cambiare ornamenti secondo i casi, mentre negli altri animali il “vestito” rimane lo stesso per tutta la vita, come livrea caratterizzante.
La manifattura artistica opera nel settore definito genericamente dell’arredo, quindi produce oggetti che entrano nelle nostre case, ci affiancano nella nostra vita quotidiana e con i quali spesso instauriamo legami affettivi, se si segue l’analogia biologica bisogna perciò prestare attenzione ad una ulteriore conseguenza. Se l’analogia che si segue è con un corpo animale, bisognerà considerare il fatto che in casa si fa entrare un cane o un gatto, non un rinoceronte per cui la forma e la livrea, cioè il decoro, che si andrà a cercare dovrà essere quella di un animale “domestico”. Se invece è al corpo umano che si pensa, bisognerà tener presente che la “nudità” è apprezzata solo in certi Club Privé, mentre quando si ricevono ospiti si pretende invece un opportuno vestito al punto da suggerire in certe occasioni un “dress code”.
Comunque si affronti la questione si torna sempre al punto di partenza: ciò che caratterizza un essere vivente o un manufatto e che è anche la prima cosa che i nostri occhi vedono è l’”ornamento”.
1 Marco Lazzarato. IL RISVEGLIO CREATIVO. Breve guida per professionisti dell’arte alla ricerca della propria costante creativa. Ed. TAB, Roma, 2025.