di Nicola Previati

La forma del mobile e dell’oggetto moderno è codificata dal canone minimalista, per questo il compito dell’artista oggi è quello dare valore alle sue superfici.

Apparentemente cosa di poco conto vista l’infinità di pattern e motivi disponibili in forma digitale, ma proprio per tale motivo anonimi, spesso banali e comunque non identitari cioè non rappresentativi del nostro territorio.

Per sopperire a questo problema spesso si ritiene siano sufficienti le sensazioni evocate dall’impiego di materiali nuovi o strani, senza arrivare in nuce alla vera questione, le superfici per essere qualificanti devono trasmettere gioia, bellezza e armonia compositiva, qualità queste che derivano solo da una creazione artistica.

Prendiamo ad esempio come gli anonimi pavimenti degli anni cinquanta, creati con frammenti di marmo ad imitazione della “palladiana” oggi risultino tristi e démodé, mentre quelli in “battuto veneziano” delle ville venete, ricchi di invenzioni decorative, riempiono ancora di stupore e gioia la nostra vista.

Il problema non risiede nel materiale più o meno nobile – è un abbaglio guardare la questione da tale punto di vista – ma nell’aver perso nel caso della moderna “palladiana” la matrice progettuale del geniale architetto antico, che sapeva esaltare forme ed ambienti con materiali economici nobilitandoli attraverso la sua creazione artistica.

Da questo primo esempio si capisce come la questione da risolvere sia molto ampia, ma questa risulta l’unica soluzione per rilanciare un settore manifatturiero nel quale le declinazioni artistiche senza un’identità precisa rischiano di estinguersi.