di Marco Lazzarato
La qualità della forma va intesa come una sua virtù, cioè un suo preciso carattere, una sua particolare essenza. Il concetto guida in questo senso diventa perciò la consapevolezza, non si tratta cioè di creare a priori un modello da imitare o un disciplinare, come per certi prodotti alimentari, ma di isolare tutte le componenti estetiche che vanno a formare un certo risultato e servirsene poi in un contesto creativo dinamico. Solo in un secondo momento si potranno ratificare delle convergenze e fissare delle parole chiave o degli indirizzi generali.
Trattando di consapevolezza bisogna partire dai progettisti perché, paradossalmente, sono i primi a non comprendere cosa effettivamente hanno creato. Incatenati ai vincoli produttivi e suggestionati dalle proprie idee, spesso dichiarano di aver progettato una cosa che nella sua forma però risulta l’esatto contrario. Il progettista dell’oggetto, in quanto creatore della sua forma, dovrebbe avere la capacità di guardare al risultato finale come se fosse opera di un estraneo e dare un nome alle sensazioni immediate che coglie. Facciamo un esempio con una sola parola, per semplicità. Supponiamo che un progettista, osservando la forma finale del suo oggetto, la prima immediata sensazione che riceve sia associata alla parola “pulito”.
Si tratta di dare nome a sensazioni viscerali, sinestetiche, che coinvolgono cioè tutti i sensi, non di descrivere razionalmente ciò che si vede. La razionalità entrerà in campo successivamente, perché “pulito”, come sensazione indistinta, va poi collocato come parola in un’area semantica pertinente: è chiaro che trattandosi di un oggetto d’arredo con questa parola non si intende sgrassato, lavato, eccetera, ma ordinato, essenziale, semplice, eccetera. La collocazione semantica consente quindi di trovare i sinonimi che permettono di chiarire il percorso creativo. La sua idea di “pulito” punta più verso l’ordinato, verso l’essenziale o verso il semplice? Nel primo caso cercherà allora di organizzare meglio le parti dell’oggetto, nel secondo di eliminarne il più possibile, nel terzo di togliere solo quelle superflue. Il carattere finale dell’oggetto sarà razionale nel primo caso, raffinato nel secondo, familiare nel terzo, indicando in tal modo anche i pericoli da evitare che saranno la banalità nel primo, lo snobbismo nel secondo e la sciatteria nel terzo.
La consapevolezza porta al libero arbitrio per cui magari era proprio lo snobbismo l’obiettivo creativo, oppure la sciatteria perché oggi è considerata eco-sostenibile, oppure il progettista si rende conto che il suo vero obiettivo era lo sporco e quindi scopre con sconcerto di aver sbagliato strada. Il parametro di controllo pulito consente quindi di intervenire sulla qualità di quella forma consentendo al suo creatore di controllarne l’essenza e il carattere, che poi sarà la prima cosa che il compratore percepirà. Più in generale quindi le parole “sinestetiche” esprimono qualità interne al singolo percorso creativo, che diventano parametri di controllo di specifici fattori che consentiranno al progettista di arrivare ad una forma consapevole. Non si tratta quindi di stabilire a priori se una forma dovrà essere sporca o pulita, ma di conferire al suo creatore una piena consapevolezza sulla sua proposta. Su questa egli si assume la totale responsabilità nel senso che se consapevolmente propone una forma dal carattere sporco, ma questa non avrà successo perché il mercato è orientato verso il pulito, egli saprà esattamente dove ha sbagliato e dove intervenire per correggere l’errore.