di Terenzio Zanini
La fotografia del nostro presente. Dove un tempo sorgeva una graziosa villetta, quasi uscita da una fiaba, circondata da un bel giardino, oggi si erge un edificio grigio, dalla forma di una scatola, affacciato su un parcheggio di cemento.
È vero: le città cambiano nel silenzio. Le trasformazioni urbane che fanno notizia sono quasi sempre le più spettacolari: grandi opere, architetti di fama internazionale, edifici iconici, rendering destinati a riempire riviste e social network. Esiste però un’altra trasformazione infinitamente più silenziosa che raramente suscita dibattito ma che incide molto più profondamente sulla qualità delle nostre città. È quella fatta di una villetta demolita, di un giardino che scompare, di alberi abbattuti e di un nuovo edificio che prende il posto del precedente.
Episodi apparentemente insignificanti. Uno alla volta. Senza clamore. Eppure è proprio attraverso migliaia di interventi di questo tipo che i paesi italiani stanno lentamente cambiando volto. Non è un singolo edificio a modificare l’identità di una città. È la somma di tante piccole sostituzioni che, quasi impercettibilmente, finiscono per alterare il paesaggio costruito.
È il caso di San Martino di Lupari, comune dell’Alta Padovana, al confine tra le province di Padova, Vicenza e Treviso. Un centro che conserva testimonianze importanti della propria storia come il complesso monumentale della chiesa di San Martino progettata nel Settecento da Giorgio Massari, il campanile seicentesco, la storica canonica, il Museo Umbro Apollonio e il sito archeologico delle Motte.
Ma sarebbe un errore pensare che l’identità di un paese risieda esclusivamente nei suoi monumenti.
L’identità vive soprattutto nell’ordinario
Le città italiane non sono belle soltanto perché custodiscono chiese, palazzi storici o piazze monumentali. Sono belle perché possiedono un tessuto urbano costruito lentamente nel corso dei decenni. Un patrimonio fatto di case in stile classico, giardini, alberature, cancellate, marciapiedi, prospetti che dialogano tra loro senza cercare continuamente di distinguersi.
È quella che gli urbanisti chiamano edilizia minore. Un termine che potrebbe sembrare riduttivo ma che identifica in realtà il bene più prezioso delle nostre città. Non perché ogni edificio sia straordinario ma perché, nel loro insieme, questi edifici costruiscono il carattere dei luoghi. L’edilizia minore non è un monumento da musealizzare. È qualcosa di politicamente e culturalmente ancora più importante.
È architettura d’ambiente. Un organismo perfettamente integrato che dialoga con la luce attraverso il ritmo dei balconi, misura con discrezione lo spazio pubblico grazie a una recinzione permeabile e mantiene un naturale cordone ombelicale con il paesaggio attraverso il filtro del giardino. È un’idea di civiltà dell’abitare fondata sulla proporzione, sulla continuità e sul decoro urbano. È proprio questa architettura silenziosa che rende riconoscibili i nostri paesi. Ed è proprio questa ad essere oggi la più fragile.
Una casa semplice che apparteneva al suo luogo
La villetta recentemente demolita nel centro di San Martino di Lupari non era un’opera destinata ai manuali di storia dell’architettura. Non era un edificio vincolato e forse non era nemmeno un capolavoro. Era però una casa che apparteneva naturalmente al proprio contesto. Il giardino costruiva una piacevole distanza dalla strada. Gli alberi, cresciuti nel corso di decenni erano ormai parte integrante del paesaggio. Le finestre con i balconi scandivano un ritmo familiare. La recinzione lasciava filtrare lo sguardo, costruendo una relazione equilibrata tra spazio privato e spazio pubblico.
Nulla cercava di stupire. Ed era proprio questa la sua qualità.
Come ricordava Gustavo Giovannoni, architetto, ingegnere e urbanista italiano vissuto a cavallo tra l’800 e il 900, il valore di una città non dipende soltanto dai suoi monumenti ma anche da quell’ambiente urbano diffuso che costituisce il tessuto connettivo della vita quotidiana. La bellezza infatti non nasce sempre da edifici eccezionali. Molto spesso nasce dall’armonia di edifici ordinari.
Quando il progetto dimentica il contesto
Al posto della villetta è stato costruito un edificio plurifamiliare completamente diverso. Il problema non è il fatto che sia contemporaneo. L’architettura contemporanea ha prodotto anche opere straordinarie quando è stata capace di interpretare il luogo in cui nasceva. Il problema è un altro. Qui il progetto sembra concepito come un oggetto autonomo. Non dialoga con ciò che lo circonda. Non cerca continuità con il verde. Non riprende il rapporto con la strada. Non valorizza ciò che esisteva. L’impressione è quella di una presenza introversa che occupa il lotto senza instaurare un vero rapporto con il quartiere. Una sostituzione brusca. Non perché introduce un linguaggio nuovo. Ma perché interrompe un equilibrio costruito nel tempo.
Il feticismo iconoclasta del nuovo
Di fronte a interventi come questo emerge una questione culturale più ampia. Sembra quasi di assistere a una forma di feticismo iconoclasta. L’idea secondo cui il nuovo possa affermare la propria legittimità soltanto cancellando ciò che esisteva prima. La demolizione diventa così un gesto simbolico. Non basta costruire. Occorre azzerare. Come se la continuità fosse sinonimo di arretratezza. Come se ogni traccia della città esistente rappresentasse un ostacolo anziché una risorsa progettuale. È una tendenza che sembra caratterizzare una parte della cultura architettonica contemporanea, nella quale il rischio è quello di confondere l’avanguardia con la tabula rasa.
Non si tratta di mettere in discussione la modernità. Si tratta di interrogarsi sul modo in cui essa viene interpretata. Quando il progetto diventa applicazione automatica di un linguaggio precostituito, l’innovazione rischia di trasformarsi in dogma. Un vocabolario internazionale standardizzato fatto di parallelepipedi, superfici neutre, grandi aperture e materiali uniformi che tende a ripetersi identico indipendentemente dal luogo in cui viene costruito. Il risultato è un’architettura che racconta sempre meno il territorio che la ospita e sempre di più una grammatica globale priva di radici.
Dal luogo al non-luogo
Qualcuno in passato ha definito non-luoghi quegli spazi privi di identità, memoria e relazioni. Naturalmente un edificio residenziale non è un aeroporto né un centro commerciale. Ma il rischio culturale è analogo. Quando il progetto viene guidato da un dogmatismo formale che scambia l’anonimato per purezza, l’identità stratificata della città italiana viene progressivamente sostituita da un paesaggio uniforme. Un minimalismo ridotto troppo spesso a semplice involucro commerciale. Un linguaggio che potrebbe essere costruito nello stesso modo a Milano, Genova, Torino o Palermo. Ed è proprio questa apparente universalità a rappresentarne il limite. Perché ciò che appartiene ovunque finisce inevitabilmente per non appartenere davvero a nessun luogo.
Il decoro non è nostalgia
Criticare trasformazioni come questa non significa invocare un ritorno al passato. Né sostenere che ogni edificio debba imitare gli stili storici. Il decoro urbano non coincide con il tradizionalismo. Significa piuttosto riconoscere che ogni nuovo progetto dovrebbe migliorare il luogo nel quale si inserisce. Le città non sono collezioni di edifici. Sono organismi. Ogni intervento modifica l’equilibrio dell’insieme. La migliore tradizione italiana ha costruito città attraverso la continuità più che attraverso il contrasto. L’armonia più che l’eccezione. La misura più che l’esibizione.
Una responsabilità collettiva
Esiste infine una questione che riguarda le istituzioni. L’edilizia minore costituisce la parte più estesa del patrimonio costruito italiano. Eppure continua a trasformarsi quasi sempre nell’indifferenza generale. Si proteggono giustamente i monumenti. Molto meno il tessuto urbano che dà loro significato. Non è soltanto una questione normativa. È soprattutto una questione culturale. Perché il paesaggio quotidiano rappresenta un bene comune. La bellezza non appartiene esclusivamente a chi la produce. È una responsabilità condivisa perché incide sulla qualità della vita di tutti.
La domanda che dovremmo porci
Di fronte a interventi come questo la domanda non dovrebbe essere se il nuovo edificio sia moderno oppure tradizionale. La domanda è molto più semplice: questo progetto rende San Martino di Lupari un luogo migliore di prima? Aggiunge bellezza? Aumenta il decoro? Contribuisce a rafforzare l’identità del paese? Oppure sostituisce un’architettura radicata nel luogo con un edificio che potrebbe sorgere indistintamente in qualsiasi periferia del mondo?
Le città italiane probabilmente non perderanno la loro identità attraverso un unico grande intervento. La perderanno lentamente. Una villetta alla volta. Un giardino alla volta. Un albero alla volta. Finché ci accorgeremo che i nostri paesi avranno conservato lo stesso nome ma avranno smarrito quella qualità silenziosa che li rendeva unici.
Costruire non significa soltanto edificare. Significa assumersi la responsabilità di lasciare ai luoghi qualcosa di migliore rispetto a ciò che abbiamo ricevuto. Questa, in fondo è la vera misura del decoro. Ed è anche la forma più alta della bellezza civile.