di Marco Lazzarato
Cos’è la Manifattura Artistica?
La Manifattura Artistica è il settore produttivo di pertinenza dell’arte della Decorazione, indicando con ciò un ambito manifatturiero che dovrebbe avere il “bello”, inteso però secondo il senso comune, come fine delle proprie produzioni. È in questo contesto infatti che la creazione artistica va a legarsi alla produzione manifatturiera, formando il nodo del complesso rapporto fra arte e industria.
In Italia con l’aggettivo “artistico” si qualificano vari settori produttivi i quali patiscono una indeterminatezza terminologica che impedisce la concreta comprensione delle molteplici realtà in essere. Restauro, artigianato artistico, industria artistica, mobile d’arte, design, solo per citare le definizioni più note, indicano filiere produttive che, pur operando in sinergia fra loro, trovano i propri riferimenti istituzionali in enti di rappresentanza separati, spesso antitetici.
L’industriale “artistico” siede così al tavolo degli industriali, ma i suoi problemi sono altra cosa rispetto a quelli del suo omologo metalmeccanico. L’artigiano “artista” siede al tavolo degli artigiani, ma idraulici ed elettricisti operano in contesti normativi e progettuali opposti ai suoi. Il designer infine siede al tavolo degli architetti, che però si occupano di grandi progettazioni edili e urbane, estranee alla sua competenza. Il problema non si pone solo nella dinamica “verticale” della rappresentatività, che è quella istituzionale e dalla quale derivano poi gli indirizzi per le politiche di sostegno all’impresa, ma anche in quella “orizzontale” dell’operatività. L’artigiano “artista” che opera nell’arredo, per esempio, potrebbe avvalersi della prototipazione con stampa 3D, ma l’esperto che ne possiede le competenze e le tecnologie opera in altri settori produttivi e ciò è di ostacolo ad una normale collaborazione. In Italia vi è insomma un settore portante dell’economia, che macina numeri da capogiro quanto a fatturato ed export, che tutti celebrano a parole con l’obsoleta etichetta di “Made in Italy”, ma che poi nei fatti fanno fatica a sostenere per la difficoltà lessicale e concettuale di leggerne le dinamiche e capirne le problematiche.
Una definizione.
Proviamo a mettere ordine, proponendo un termine ed una definizione appropriati. Il punto di partenza è questo: il fondamentale settore produttivo di cui stiamo trattando ha come scopo la produzione della “bella forma”. Chiunque operi in questo settore, a prescindere da funzionalità e robustezza di ciò che produce, se ne sbaglia la forma non vende un solo esemplare della propria produzione. Si ritrova perciò con i magazzini pieni, le nuove tecnologie ferme e i nuovi materiali portati in discarica. Le conseguenze sono state elencate in dettaglio, perché “innovazione tecnologica” e “nuovi materiali” sono stati il “mantra” recitato per anni nei tavoli istituzionali a cui si sedevano l’industriale e l’artigiano “artistici”.
Per un’azienda produttrice di bulloni la forma è quella imposta a priori dalle norme UNI e ISO, per cui il suo problema consiste effettivamente nell’acquisire nuove tecnologie per produrli in minor tempo e a un minor costo e con nuovi materiali che ne migliorino la qualità funzionale. Al contrario, per un’azienda che produce mobili d’alta gamma in pezzi unici o in serie limitata, la questione non si pone in termini di tempo e di costo, ma solo di “bella forma”, perché è questa che i ricchi clienti dei mercati emergenti compreranno senza badare a spese. Possiamo perciò affermare che esiste in Italia un settore produttivo, ampio e trasversale, che definiamo Manifattura Artistica, il cui fine è produrre la “bella forma”, nel quale rientrano tutti coloro che, a vario titolo e con varie competenze, sono costretti, anche occasionalmente, a perseguire questo scopo perché richiesto come requisito essenziale del loro prodotto. Ciò che andiamo a definire come Manifattura Artistica è quindi un’ambito prima culturale e poi produttivo, ma non istituzionale o almeno non ancora.
Un esempio.
Chiariamo il senso di queste affermazioni con alcuni esempi. Una vetreria che si occupi di finestre per l’edilizia e una che produce vetrate in grisaglia e legatura a piombo, se hanno lo stesso numero di addetti appartengono oggi alla stessa associazione di categoria, ma a parte questo e ad alcune normative, per il resto hanno ben poco in comune. La prima affronta problematiche tecniche che trovano nell’area ingegneristica tutte le risposte che servono, la seconda invece affronta problematiche di “bella forma”, che invece trovano risposta nell’area artistica. Un ingegnere eventualmente convocato dalle due aziende, con la prima, qualunque sia il problema, rimane nell’ambito tecnico-scientifico di sua competenza, con la seconda, invece, interviene su un manufatto che avrà come priorità la “bella forma”, si trova cioè ad operare suo malgrado nella Manifattura Artistica e di questo dovrà avere consapevolezza e tenerne in debito conto.
A sua volta egli potrebbe ricevere l’incarico di progettare, per esempio, un capannone, se questo verrà destinato a stalla egli rimarrà nell’ambito delle sue competenze, ma se dovrà diventare un centro commerciale il problema della “bella forma” gli si ripresenterà di fronte in tutta la sua complessita. Caso limite questo, ma che chiarisce il senso: l’ingegnere rimane sempre tale come competenza e legalmente continua ad appartenere all’albo professionale di riferimento, ma se nella sua attività, come si è dimostrato, incontra il problema della “bella forma”, anzichè perdersi in un territorio a lui sconosciuto, dovrebbe trovare dei tavoli di discussione, degli esperti di settore e un dibattito in corso sullo stato dell’arte, che lo aiutino a risolvere il suo problema. Manifattura Artistica quindi, un po’ come lo fu a suo tempo il tema delle nuove tecnologie, indica un’area culturale trasversale ai vari settori produttivi e professionali, il cui scopo è affrontare in modo unitario e coerente la ricerca sulla “bella forma”, con la capacità di attuare poi le necessarie azioni concrete. Se questo è il fine, allora ad esso devono essere dedicati studi, ricerche, finanziamenti, ma anche laboratori, centri di ricerca universitari e accademici. Insomma, è richiesta la stessa mole di investimenti fatta fin qui sui mezzi, cioè sulle nuove tecnologie, che nella Manifattura Artistica oggi sono sicuramente imprescindibili, ma anche inutili se non si raggiunge, appunto, la “bella forma”.
La necessità del “bello”.
Abbiamo associato l’idea del bello al senso comune, perchè qui non interessa dibattere l’astratto tema filosofico, ma capire come attribuire un concreto valore ai manufatti di un intero sistema produttivo. A rigor di termini, bello è una virtù dell’oggetto, mi piace invece è una facoltà del soggetto. Traducendo il linguaggio filosofico in quello corrente si può dire che bello è l’evidente qualità intrinseca di una determinata cosa, che gli deriva dalla giusta misura e proporzione fra le parti, da una armonia dell’insieme, dalla rispondenza a certi canoni, eccetera. Mi piace, invece è la conseguenza su un singolo individuo di una stimolazione sensoriale, che lui e solo lui ritiene positiva. Da ciò deriva che il bello è argomentabile, cioè si può sostenere che una certa cosa è bella portando delle dimostrazioni. Ciò non lo rende “oggettivo”, perchè queste ultime possono essere confutate, però gli conferisce comunque un carattere di evidenza e di permanenza nel tempo. Il mi piace invece è chiaro che riguarda una stimolazione arbitraria, temporanea e totalmente personale. Il bello quindi per le sue qualità intrinseche di proporzione e misura, agisce sul piano generale dell’intelletto umano, il mi piace invece non va oltre la mera stimolazione sensoriale occasionale e rimane circoscritto al gusto personale.
Un’alchimia.
Una cosa non esclude l’altra, anzi, è necessario che siano entrambe sempre presenti, però è opportuno chiarirne la gerarchia. In un settore produttivo come quello che stiamo descrivendo inseguire esclusivamente il mi piace è come giocare alla lotteria: si può aver fortuna e trovare il prodotto con la forma che piace a tutti, ma non vi è nessuna garanzia che quello successivo avrà lo stesso successo consentendo al produttore di mantenere le stesse quote di mercato. Ciò che piace qui, non necessariamente piace altrove, ciò che piace oggi può non piacere più domani. Posto che, in teoria, le qualità intellettive sono equamente distribuite in tutti gli esseri umani, puntare sul bello significa invece avere come mercato potenziale l’intera umanità. Il valore attribuito agli oggetti belli, proprio per le loro qualità intrinseche ed evidenti, permane nel tempo, consente perciò ai produttori di mantenere i propri mercati e qualificarsi come poli di eccellenza, resistendo meglio alla concorrenza dei prodotti a basso costo.
Ciò che piace attrae per la sua apparenza, il bello invece magnetizza per la sostanza, che deriva come detto da qualità come l’ordine, la proporzione, la compiutezza della forma, eccetera. La “bella forma” è perciò l’opposto dell’informe e del deforme: l’una attrae costantemente per la sua armonia, gli altri sul momento risultano stimolanti per la loro stranezza e possono anche piacere, ma vengono ben presto a noia. Possono essere vincenti nell’immediato, ma nel medio e nel lungo periodo portano alla crisi del sistema che li produce, perchè la loro arbitrarietà azzera progressivamente gli standard qualitativi necessari a raggiungere il bello. Nella pratica i confini sono sfumati: su un oggetto di pochi euro la ricerca del bello può essere fuorviante, ma per complementi d’arredo dal costo di migliaia di euro, discendere la china dello strano e del bizzarro può essere molto pericoloso. Va da se che una cosa bella può non piacere e una che piace può non essere bella, ma fra questi due estremi vi sono innumerevoli casi intermedi in cui il bello e il mi piace devono trovare la loro giusta proporzione nel definire la forma finale. Il bello secondo il senso comune è in realtà un giudizio più complesso di quello che sembra.
È frutto di una sensazione immediata e viscerale come il mi piace, ma che porta a un convincimento totale e definitivo come il bello: con questa esclamazione si approva totalmente ciò che si vede e perciò si è disposti a comprarlo. Al mi piace appartengono le mode, le tendenze, i gusti e gli estri personali di progettisti e committenti. Al bello, invece appartengono le tradizioni, i canoni, le scuole. La “bella forma” perciò non può che essere il risultato di un’alchimia fra queste due nature e rappresenta lo scopo di chiunque operi nella Manifattura Artistica.