di Marco Lazzarato

Con “artistica” si indica una manifattura che evidentemente in qualche modo è partecipe dell’arte e che, occupandosi di stile e arredo, non può che avere il decoro come suo fine statutario. Durante il ‘900 su arte e decoro si sono sedimentati fraintendimenti, mistificazioni e deliberate menzogne, che impediscono ancora oggi una chiara visione dei fatti e una limpida elaborazione delle idee. Cerchiamo perciò di ordinare i concetti basilari del settore che ci compete e chiarire le parole chiave necessarie ad una precisa lettura della realtà.

Arte

L’arte che si occupa del decoro dei manufatti è la Decorazione. A differenza di Scultura e Pittura, che seguono le regole della poetica, essa opera sotto lo statuto dell’etica. Ogni arte utilizza certi “mezzi”, una propria specifica materia, cioè propri materiali caratterizzanti. Se materia della Pittura è il colore e pittore infatti è detto chi lo stende sulle superfici, quella della Decorazione è l’ornamento e quindi decoratore sarà colui che “stende” degli ornamenti, cioè la materia che gli consente di attuare il progetto di decoro su un qualsiasi manufatto.

Ornamento

Nel senso comune per ornamento s’intende tutto ciò che si usa per “abbellire” persone o cose. Come molte parole di uso comune anche “abbellire” rappresenta una sintesi pratica di concetti molto più complessi. L’ornamento infatti si usa solo in funzione del decoro, per cui il suo scopo è arricchire, valorizzare o qualificare, cioè correggere il misero, il banale o l’ordinario che risulterebbero “indecorosi”, cioè inopportuni, nelle varie circostanze sociali. Ornamento perciò è sia la collana di perle che la signora sfoggia alla cena di gala, sia la fascia tricolore che il sindaco indossa nelle cerimonie pubbliche, sia, infine, le “mostrine” che il militare esibisce nella divisa per indicare l’appartenenza e il grado. Se con “moda” si definisce l’arte che si occupa del decoro delle persone, con decorazione invece si indica l’arte che si occupa del decoro dei manufatti. In questo settore la complessità degli interventi fa sì che tutto ciò che tradizione, usi e consuetudini usino come ornamenti venga catalogato in precisi repertori, raccolti poi un archivio generale definito Ornato.

Ornato

Questo è un preciso strumento tecnico ad uso della decorazione, è perciò canonico e regolare e per il suo corretto utilizzo è necessaria specifica formazione, che porta alla figura dell’ornatista, cioè di un professionista specializzato, appunto, nella progettazione degli ornati. Come materia della decorazione l’Ornato pone il paradosso di essere contemporaneamente immateriale e multimateriale. È costituito infatti da un repertorio di regole e disegni dati a priori, che sono quindi immateriali, perché astratti modelli da imitare e rielaborare, ma che nel momento in cui si applicano diventano multimateriali, perché i manufatti su cui intervengono sono vari e composti da diversi materiali quali legno, colore, pietra, ferro, vetro, stoffa, eccetera.

Ornatista

L’ornatista quindi è un professionista specializzato, che conosce il repertorio ed è in grado di ri-crearne i disegni, ma non è necessariamente colui che poi li esegue, compito questo affidato ad artigiani specializzati. È vero che ornatista e artigiano spesso sono la stessa persona, ma la conoscenza dell’Ornato e soprattutto la capacità di ri-crearne i motivi correttamente è cosa diversa dall’abilità artigianale di operare sui materiali.

Nel linguaggio corrente noi definiamo la Pittura come Arte e consideriamo invece l’atto di stendere il colore come una tecnica. Pittore infatti è l’artista che con più colori sa dipingere un’immagine, mentre “imbianchino” è l’artigiano abile nello stendere un solo colore. Se questo è vero allora anche l’Ornato, in quanto materia, sarà una tecnica, mentre il rango di Arte spetterà alla decorazione a cui compete il progetto del piano generale di decoro, cioè la responsabilità del “buon fine” dell’“immagine” finale che il manufatto dovrà assumere. Questa distinzione tratta dal senso comune ci è sufficiente per fissare il punto: l’Ornato si può considerare una tecnica al servizio delle arti quando per scelta o per necessità operano in un contesto pubblico.

Pittura, Scultura e Architettura perseguono perciò liberamente i propri fini poetici, ma nel momento in cui sono chiamate ad assumere ruoli pubblici e civili, quindi etici, si avvalgono della tecnica ornatistica per conferire ordine e decoro alle loro opere. Un esempio noto a tutti è la statuaria celebrativa post-unitaria, nella quale lo scultore esprime la propria arte con la statua dell’eroe celebrato, ma il vero capolavoro spesso è costituito dal basamento, che con i propri ornati rende congruo e decoroso l’inserimento del monumento nello spazio cittadino.

Una tecnica è una procedura che consente a chiunque sia in grado di eseguirla di raggiungere il risultato voluto, è chiaro però che questa in mano ad un grande artista produce un certo risultato, la stessa usata invece da un artigiano di provincia produce tutt’altra cosa. L’Ornato è una tecnica, perché, conoscendone i rudimenti base ed avendo un minimo di capacità, consente a chiunque di poter ideare opportuni apparati decorativi e per questo motivo sia la volta della Cappella Sistina che il soffitto di un qualsiasi salotto borghese ottocentesco si possono definire al pari “ornati”.

Tecnica

Con tecnica si intende una serie di processi e azioni canoniche e standardizzate che garantiscano sempre un medesimo risultato a chi sia in grado di eseguirle. Se l’Ornato è una tecnica è necessario allora capire in cosa consistano i suoi processi. Nella sostanza esso è un disegno ripetuto su di una superficie senza soluzione di continuità. Spetta alla decorazione, in quanto arte, stabilire con un progetto generale di decoro quante e quali superfici e in che modo dovranno essere qualificate, cioè “ornate”. Sui singoli settori può intervenire sia l’ornatista come figura specializzata e con un ampio margine di autonomia, che un artigiano che si limita a sviluppare il disegno previsto dal progetto. Il risultato di ogni singolo intervento di qualificazione viene definito motivo, perché disegno risulta un termine riduttivo. Si possono ottenere motivi infatti anche solo sfruttando le texture dei materiali, oppure incrociando semplici linee o disponendo dei punti, tutte cose che quindi non possono essere classificate come disegni. L’Ornato poi agisce su diversi contesti per cui, per esempio, l’effetto a “spina di pesce” sulla superficie di un pavimento in legno si può, appunto, definire propriamente motivo, ma non disegno, se non in senso lato.

Motivo

Per ottenere un motivo è necessario ripetere ordinatamente e senza soluzione di continuità una certa composizione che viene definita pattern. Il termine fu introdotto sul finire del 1800 dai decoratori inglesi che si occupavano della stampa industriale dei tessuti e che quindi dovevano risolvere il problema della creazione di un disegno continuo attraverso la ripetizione di una stampa meccanica1. Concettualmente il pattern è quindi una sorta di “timbro” che si alza e si abbassa su una superficie continua. A sua volta, esso può essere composto da un disegno complesso costituito da un insieme di singoli moduli disposti fra loro in un certo ordine, variando il quale si ottengono pattern e quindi motivi diversi.

Modulo

Il modulo corrisponde alla cella base creata dalla griglia, cioè dall’intreccio di linee parallele, che percorre la superficie senza soluzione di continuità. Si pensi ai quadrati creati su una mappa dall’incrocio fra meridiani e paralleli. Chiunque operi con l’Ornato, quindi, deve per prima cosa decidere che griglia adottare. Queste possono essere di diversi tipi, però quella quadrata e quella a triangoli equilateri sono canoniche perché generano spazi isometrici. Dalla griglia si ottiene così il modulo, che è un quadrato o un triangolo equilatero, sul quale si può agire sulle geometrie interne, generando così motivi a figure geometriche, o in cui si può inserire un disegno vero e proprio, come nel caso di motivi floreali. Sulla base di queste scelte si decide quanti moduli servono per creare il pattern.

Pattern

Nei casi semplici le due cose coincidono, in altri invece è necessario affiancare più moduli. Per ottenere un motivo a scacchiera, per esempio, il modulo è un quadrato, ma il pattern è costituito da quattro quadrati con il bianco e il nero alternati. Questo esempio fa emergere il paradosso. Un artigiano per realizzare un pavimento a scacchiera alternerà delle mattonelle bianche e nere senza nessun particolare progetto.

L’astrazione di questo processo intuitivo, attraverso l’isolamento di un pattern a quattro moduli, è invece operazione specialistica alla portata solo del maestro ornatista. Esiste quindi un distacco fra il piano operativo, che è “multimateriale”, perché una scacchiera si può realizzare con marmo, legno, stoffa o altro, e quello ideativo, quindi “immateriale”, dell’invenzione di nuovi motivi attraverso l’astratta rielaborazione dei modelli, finalizzata all’individuazione di un pattern. Queste sono le due facce della stessa medaglia, la quale, però, spesso viene osservata solo dal lato materiale per lo stupore che suscita il manufatto finito.

Nella scacchiera le due parti si leggono in filigrana, però quando si affrontano composizioni più complesse, come per esempio i pavimenti in opus sectile della Basilica di San Marco a Venezia o le tassellature in alicatados dell’Alhambra, si coglie l’abisso esistente fra i due piani: complessi poligoni tagliati in marmo o terracotta, trovano in realtà la loro origine in insospettabili pattern quadrati o triangolari. Proprio il pavimento di San Marco2 ci aiuta a capire il problema. Di esso colpisce la magnificenza dei marmi policromi che porta il nostro pensiero ad interrogarsi sulla mostruosa abilità dei suoi esecutori, ma è solo analizzano nel dettaglio i singoli motivi, che si coglie la simmetrica potenza creativa dei vari maestri ornatisti che li hanno guidati.

1 – Lewis F. Day. PATTERN DESIGN. Ed. Dover, Minneola, N.Y. 1999.

2 – Marco Lazzarato. LE GEOMETRIE DI SAN MARCO. Le strutture compositive del pavimento della Basilica. Ed. TAB, Roma, 2024.