di Marco Lazzarato
La qualità di una forma è determinata da fattori interni, che si potrebbero chiamare “morali”, e da modelli esterni, che invece si possono definire “civili”. I primi corrispondono a “virtù” proprie e costitutive di quella specifica forma, cioè a qualità legate alla sua essenza, al suo “carattere”, alla sua fisicità. Si potrebbero paragonare a quelle che nell’essere umano corrispondono alle qualità naturali e alle virtù “morali” proprie di una persona.
Le qualità naturali sono quelle su cui non si ha il potere di intervenire: se si è stupidi o intelligenti, gracili o robusti, esuberanti o introversi, eccetera, non si può far altro che prenderne atto e trarne le conseguenze. Molte altre qualità invece derivano dal libero arbitrio, cioè dalla possibilità di scegliere il giusto comportamento da seguire fra un eccesso e un difetto. Per esempio fra l’essere astemi o alcolizzati, vi è il bere vino in modo opportuno.
L’eccesso e il difetto, in quanto estremi, sono definiti “vizi”, mentre il comportamento mediano, equilibrato, viene considerato “virtù”. Le prime qualità di una forma si potrebbero definire quindi “morali”, dovrebbe cioè essere priva di “vizi”, ovvero non avere né troppo né troppo poco di ciò che le compete. Su questo, cioè su che cosa le compete, non è possibile fissare delle regole a priori, perché, restando sull’esempio del vino, mezzo litro a pasto per una persona forte e robusta può essere poco, per una esile e gracile può essere troppo.
Stiamo parlando però di oggetti e quindi di qualità “formali”, per cui l’analogia con le “virtù morali” umane va usata con cautela. Valgono sicuramente i principi generali del giusto mezzo fra un eccesso e un difetto, ma a cosa questi due estremi si applichino è tutto da capire. Per esempio, una forma si può definire “sporca” o “pulita”, “ordinata” o “disordinata”, eccetera, ma cosa indicano esattamente questi termini? È chiaro che tutta questa materia dipende totalmente dalle scelte del suo creatore/progettista, unico responsabile nel trovare il giusto equilibrio fra l’eccesso e il difetto, ma dopo trent’anni di deriva contemporaneista, i termini a cui ci si poteva riferire sono andati perduti. La parola chiave qui è consapevolezza e, in questo senso, l’azione urgente da intraprendere oggi è ridare nome a questi “vizi” e “virtù” in modo che in fase progettuale si possano governare e non subire come forze misteriose.
È necessario ritrovare dei parametri di controllo sulle qualità “morali” della FORMA allo scopo di dare nome ai fattori che la compongono per poterli poi gestire, cioè trovare il giusto equilibrio fra gli estremi. Per esempio, in una forma la componente “pulito” va individuata e nominata, perché se in eccesso porta alla banalità, se in difetto porta alla sciatteria, e così per le altre.
Fino agli anni ‘70 del secolo scorso, vizi e virtù della forma erano il normale oggetto di discussione nel dibattito artistico, poi, per vari motivi, si è arrivati all’afasia attuale, che è il fondamentale problema da risolvere. Altra cosa sono invece i fattori esterni, quelli “civili”. Una persona può essere fisicamente ben formata e moralmente morigerata, ma nel mondo occidentale non può uscire di casa nuda. I primi fattori esterni con cui una forma si deve confrontare sono quindi quelli imposti dal decoro, laddove per qualità si intende un opportuno abito che rispetti le regole che una società si è data in questo senso.
Si chiamano “virtù civili” perché i principi precedentemente esposti si applicano al retto comportamento da tenere come cittadini nella società, in vista del bene comune. L’esempio classico è quello del coraggio: non si può avere paura di tutto, né avere paura di niente, ma temere ciò che dev’essere temuto. Il coraggio quindi è una “virtù civile” perché giusto equilibrio fra vigliaccheria e spavalderia, che sono “vizi”.
Anche in questo caso stiamo parlando di forme e quindi cosa è coraggioso per un progettista, e cosa invece è spavaldo o vigliacco? Il lavoro da fare sui parametri di controllo della forma è simile al precedente, ma applicato però a fattori esterni che rendono la questione più complessa, perché oltre al fondo antropologico di base, cioè la naturale propensione all’ordine, si deve tener conto anche dei gusti, delle mode e delle “tendenze” in atto.
Di solito questo lavoro porta all’elaborazione di uno stile, cioè di un sistema astratto di regole formali da applicare nella progettazione concreta. Per un singolo progettista, infatti, non è possibile affrontare ogni volta questo problema da zero, come invece avviene oggi dove uno stile manca.
Questo significa che il lavoro sui parametri di controllo delle qualità della forma, quindi sia di quelle “morali” che di quelle “civili”, deve avvenire all’interno di un ricostituito senso di “comunità” artistica, perché i risultati vanno condivisi e i migliori vanno poi messi a sistema.
Questo forse è il vero lavoro da fare oggi, cioè ricostruire il tessuto di un dibattito intorno alle questioni fondanti della forma, lontano dai narcisismi e dai sociologismi ideologici che fin qui hanno tenuto banco.