di Marco Lazzarato

Le forme degli oggetti che ci circondano determinano la qualità della nostra vita sia come singole persone che come cittadini, cioè sono parte attiva nel bene comune, che può diventare “male comune” se non sono consone.

Oggetti “amorali”, perché pieni di “vizi” formali, oppure indecorosi perché inopportuni o impertinenti, sono da considerarsi scorie estetiche che vanno ad avvelenare la cultura di una società. L’etica perciò è la reale posta in gioco del “design” contemporaneo. Essa è certamente un obiettivo dinamico, cioè un fine a cui si deve tendere costantemente, non una mèta che si possa raggiungere definitivamente e questo impone un ruolo attivo da parte di coloro che sono chiamati a creare forme. Ogni forma esprime la personalità del suo creatore e nasce perciò “caratterizzata”, sarà cioè esile o massiccia, piena o vuota o altro ancora, ma, al netto delle sue qualità naturali, è poi con le “virtù civili” che si dovrà confrontare per esprimere un’adeguata idea di decoro.

Questo confronto però non può limitarsi alla forma, altrimenti sarebbe mero “formalismo”, ma deve coinvolgere anche l’idea e le intenzioni, cioè i contenuti che attraverso essa il suo creatore vuole trasmettere. Su cosa sia “contenuto” di una forma nei tempi ultimi si è molto equivocato e su questo bisogna fare chiarezza: è la forma stessa il testo che li esprime non la didascalia socio-tecnologica applicata a posteriori che la dovrebbe spiegare. Il “giustificazionismo” che affligge il design contemporaneo cerca di nascondere un dato naturale ineludibile: la forma parla da sé e viene ben intesa da chi poi deve comprare l’oggetto.

Chi crea forme, cioè artisti, designer, architetti, artigiani, eccetera, ha sempre di fronte a sé un bivio: da un lato la via della “progressione”, dall’altro quello della “regressione”. Con la sua forma cioè o partecipa consapevolmente al progresso, all’elevazione spirituale, all’innovazione estetica e culturale della comunità, insomma al “bene comune”, oppure, coscientemente o meno, si fa strumento di forze disgregatrici alimentate da psicologismi sub-culturali e diviene complice del “male comune”. Tema complesso questo, che in questa sede ovviamente può solo essere indicato.

Una cosa però risulta evidente: le intemperanze che hanno caratterizzato il Moderno sono oggi fuori tempo e fuori luogo e l’unica via d’uscita dall’odierno pantano del Contemporaneo è quella di tornare non solo alla forma, perché l’informe e il deforme sono obsoleti, ma soprattutto a una forma “civile”.