di Marco Lazzarato

Un amico architetto, commentando le follie dell’architettura moderna, che presenta ora il conto paradossalmente proprio sul piano della “funzione”, affermò che una casa dovrebbe essere “saggia”, nel senso che prima di inseguire gli estri creativi l’architetto dovrebbe garantirne i fondamentali, cioè la solidità, la comodità, la semplicità, eccetera.

Questo potrebbe essere il termine giusto per descrivere la tendenza attuale: abbiamo bisogno di oggetti “saggi” perché quelli “folli” non li sopportiamo più. Se questo è vero, cosa significa essere “saggio” per un prodotto d’arredo e quali sono i fondamentali che si dovrebbero garantire?

Si può dire che ogni oggetto ha un proprio “statuto”, ovvero la legge costitutiva che ne determina la forma. Una sedia, per esempio, serve per sedersi e per questo il suo “statuto” prevede un piano orizzontale di una certa dimensione, posto ad una certa altezza, sorretto da delle “gambe” e al quale è collegato uno “schienale” anch’esso ad un’altezza stabilita. L’oggetto sedia ha avuto infinite interpretazioni, sia nella forma che nelle dimensioni, ma il suo “statuto” è rimasto invariato e la distingue da oggetti simili, come una panca o uno sgabello.

Le proposte di design degli ultimi cinquant’anni, pur nella loro dissonante contraddittorietà, sembrano accomunate invece dalla tendenza alla negazione dello “statuto” degli oggetti. Si è passati dalla Moderna forma geometrica pura, che solo dopo un attento studio di capiva che diventava una sedia, alla confusa forma Post-moderna su cui ci si poteva anche sedere, per arrivare al bislacco oggetto Contemporaneo che è un po’ geometrico e un po’ confuso e sembra più un ingombro che una sedia. Rispettare lo “statuto” dell’oggetto significa che una sedia deve sembrare una sedia e comunicare immediatamente le proprie qualità di sedia.

Un “fondamentale” oggi sicuramente è che, prima di tutto, l’oggetto sembri quello che deve essere e, in questo senso, vi sono due considerazioni da fare. La prima è che l‘eccentrico piace in periodi di “vacche grasse”, nei quali il benessere si accompagna alla sazietà e si cercano perciò stimoli nuovi. Non vi è dubbio invece che attualmente le “vacche” siano molto dimagrite, ma soprattutto dopo l’esperienza del COVID si è tornati a ricercare un centro nel proprio ambiente domestico. Si cerca la sicurezza, la stabilità e la tranquillità per cui la sfera-sedia o l’accrocchio su cui ci si può sedere, se visti in fiera sono divertenti, ma se messi in soggiorno diventano destabilizzanti.

Su questo si inserisce una seconda questione. Se si guarda alla storia, cinquant’anni sono il periodo medio di vita di uno stile. L’attuale cultura estetica affonda le sue radici negli anni ’70 del secolo scorso, con la riforma attuata da Bruno Munari, e le evoluzioni successive non ne hanno scalfito i presupposti. A distanza di cinquant’anni tutto il sistema è, appunto, obsoleto, non solo nelle sue varie correnti estetiche, ma soprattutto nei suoi principi ispiratori, che sono rimasti quelli del dopoguerra.

Il tema evidentemente è troppo complesso per essere affrontato in questa sede, ci limiteremo perciò a fissare il punto. Trattando di oggetti d’arredo fra i “fondamentali” che vanno garantiti non vi è solo lo “statuto”, ma anche l’aspetto e qui s’inserisce il tema assai sfuggente del decoro. Se una sedia deve sembrare una sedia, sarebbe opportuno che anche il suo aspetto, cioè l’interpretazione che il progettista ne fa con la sua invenzione, non eccedesse i limiti di decoro pertinenti ad una sedia. Ma quali sono questi limiti, al disotto e al di sopra dei quali si passa dal decoroso all’indecoroso?

Come può la creazione/invenzione del progettista inserirsi in questi limiti per creare comunque una nuova forma senza tradire l’oggetto?  In quale nuovo “alveo” progettisti e produttori possono finalmente far scendere le loro idee sicuri di arrivare al mare del mercato, visto che l’attuale cultura estetica dominante è diventata un ramo secco della storia? Come si vede la Manifattura Artistica deve affrontare sfide epocali da cui potrebbe dipendere la sua stessa sopravvivenza, sarebbe opportuno perciò che si abbandonasse l’ozioso dibattito sui nuovi materiali e tecnologie e si cominciassero ad affrontare le questioni fondanti del sistema.