di Marco Lazzarato
Con le nuove tecnologie, oggi, cosa sia un “processo produttivo” è chiaro a tutti, ma è su cosa sia un “processo creativo” che invece sorgono dubbi, fonte di vari equivoci. L’obiettivo di chi opera nella Manifattura Artistica dev’essere la bella forma, ma ogni progettista (designer, architetto, artigiano, eccetera) sa bene che il suo punto di partenza in ogni “processo creativo” è costituito da una serie di specifiche tecniche, parametri funzionali e vincoli economici che gli danno la sensazione di non partire mai dal foglio bianco e di avere di fronte una strada obbligata che non lascia spazio alla propria libera creazione.
Il primo passo di questo processo è la giusta forma, cioè la prima intuizione “buona” che finalmente faccia sintesi di tutti i suddetti fattori. Tale atto in realtà è “creazione” perché questa intuizione, che oltretutto deve essere considerata “buona” fra altre simili, non è una conseguenza logica dei parametri preliminari, ma un atto totalmente “altro”, cioè poetico (da poiesis: arte creativa) che li va a soddisfare. Se così non fosse tutte le sedie sarebbero uguali, perché a monte tutte nascono dalle stesse specifiche. La giusta forma è per così dire il “seme” del progetto successivo, è poco più che uno scarabocchio però emotivamente pregnante per il suo autore. Su questa si lavora per arrivare alla buona forma che rappresenta la conclusione del progetto. Essa cioè è il frutto della progressiva applicazione di tutti i parametri tecnologici, produttivi, economici ed estetici. Rispetto al seme rappresenta l’albero finalmente formato e compiuto. Se la giusta forma era un atto totalmente creativo (poiesis) la buona forma è invece un processo totalmente professionale (téchne) che impegna le competenze, le abilità e le conoscenze dei soggetti coinvolti, cioè progettista e produttore. Il punto chiave è che questo è il progetto in uscita per il nuovo manufatto e oltre non è possibile andare.
La bella forma rappresenta quindi un “fattore x”, come si usa dire oggi, che deve essere presente già nella prima intuizione “poetica”, perché la fase di sviluppo verso la buona forma, che è esclusivamente professionale, serve solo a togliere le scorie estetiche e portarla a compimento nella sua massima purezza. Si deduce da ciò che la tecnologia oggi non è un problema perché i suoi vincoli e le sue potenzialità sono già accolte e risolte con la giusta forma. Il problema per i progettisti oggi è entrare in risonanza con le energie creative “originarie” per conferire alla prima intuizione quel “fattore x” a cui prima si accennava.
Qui infatti si generano gli equivoci correnti. La buona forma in sé e per sé ha come risultato il prodotto onesto e funzionale, certamente vendibile, ma senza infamia né lode. Nella Manifattura Artistica non rappresenta un fallimento, ma alle Olimpiadi si corre per arrivare primi, è vero che non sempre si può vincere, ma se si arriva sempre ultimi è meglio cambiare attività. Il secondo equivoco è tecnico. Il lungo processo di sviluppo che porta alla buona forma dà la sensazione che i vincoli economico-produttivi siano il vero problema e genera la falsa idea che risolti questi con la tecnologia il prodotto sia perfetto, ma con l’esempio delle sedie abbiamo visto che così non è. Per arrivare al dunque è necessario che nella Manifattura Artistica si isoli all’interno del “processo creativo” l’atto creativo primario, quello poetico, cioè il momento del foglio bianco, e su questo si torni finalmente ad un confronto e una discussione comune, perché è vero che l’intuizione poi sarà personale ma ciò non significa autistica e autoreferenziale.