di Marco Lazzarato
Nell’ambito della Manifattura Artistica se si vuole affrontare il tema delle buone o delle cattive forme dei manufatti, bisogna distinguere bene il piano particolare da quello generale. Il primo riguarda il singolo oggetto, su cui si può formulare un giudizio di merito, ma che non è possibile poi generalizzare. Per giudicare un oggetto d’arredo bisogna tener conto della personalità del progettista, della storia del produttore e del tipo di mercato a cui è destinato: non si può giudicare un mobile IKEA con gli stessi parametri che si userebbero per uno destinato alla villa di un oligarca russo e viceversa.
Ci sono, è vero, delle qualità fondamentali che una forma dovrebbe possedere, ma il loro inserimento in un progetto in essere è questione delicata perché “fiduciaria” in quanto deve interagire con dinamiche aziendali e scelte creative personali. La stessa cautela va usata anche a posteriori per giudicare forme storiche, magari considerate esemplari, ma appartenenti ad oggetti che andrebbero letti nella loro epoca e nel loro contesto.
Tutta questa materia è fluida ed estremamente delicata per questo in ambito artistico viene sempre affrontata attraverso un “discorso intorno alle cose”, dal quale sarà poi il singolo artista a trarre l’intuizione per una certa “cosa”. Questo ci porta al piano generale, cioè il livello dove si formano le convergenze etiche e le condivisioni estetiche e si definiscono le linee d’indirizzo che guideranno il percorso creativo di una certa cultura in una certa epoca. È il piano dello stile, che si può definire come un “sentire profondo”, cioè un certo modo di “sentire” e risolvere le forme in “risonanza” con le vibrazioni profonde che percepisce una certa comunità.
Si usa la parola “sentire”, che rispetto alla forma sembra incongrua, perché si tratta di una percezione pre-razionale. Lo stile non nasce dalla razionalità, ma dalla “razionalizzazione” di umori profondi, ineludibili. Empaticamente una intera cultura “sente” repulsione per certe forme e attrazione per altre e queste cerca e vuole nei suoi oggetti. Per esempio lo sconclusionato stile post-moderno degli anni ‘80, improbabile sotto ogni punto di vista, raccoglieva però la nausea di una intera cultura verso l’ideologico e dogmatico stile razionalista degli anni ’70. Lo stile però non va confuso con le mode, anche se vi si sovrappongono. Queste sono un fenomeno superficiale legate al gusto, sono cioè un effetto, una conseguenza, la declinazione di una dinamica generatrice più profonda, “identitaria”, che spetta appunto allo stile esprimere. Esso è necessario a chi opera nella Manifattura Artistica, perché ne guida e sostiene il processo creativo. Fornisce ad ogni progettista, designer, architetto o artigiano che sia, delle mappe, delle indicazioni e dei sentieri già tracciati, che velocizzano il percorso creativo e contemporaneamente ne garantiscono il risultato.
Lo stile però è necessario anche al sistema, perché lo difende rendendolo riconoscibile nel caotico mercato globale, permette anche alle aziende minori di avere visibilità e fissa dei parametri di giudizio per riconoscerne la qualità dei prodotti. Come tutte le cose umane, però, esso ha un inizio e una fine, per questo va aggiornato costantemente e sostituito quando ha esaurito la sua carica propulsiva. Questo è il lavoro che è mancato negli ultimi decenni. Lo stile non è il risultato di una inerzia produttiva, ma il frutto di una lucida e consapevole ricerca creativa. L’ultima volta che ciò è avvenuto è stato appunto negli anni ’80, con il Post-moderno, il quale è riuscito in qualche maniera a proporre un proprio stile, che però era intrinsecamente contraddittorio per cui non ha retto nel medio periodo. Dopo ciò vi è stata la deriva del Contemporaneo, disseminata di relitti estetici sospinti dal succedersi delle maree emotive.
L’assenza di uno stile reale e dichiarato sta penalizzando la Manifattura Artistica italiana proprio sul punto dell’identità, che da sempre è stato il suo vantaggio competitivo, per questo oggi tale questione deve tornare al centro di ogni tavolo di discussione del settore.